Rifornimento della sacca di Demjansk, Russia inverno 1941/42

 Sacca di Demjansk, Russia inverno 1941/42

 

 

VOLO NELLA SACCA

 

Sul colle, in mezzo al bosco, una chiesetta che sorvoliamo. Ë tutta diroccata. È abitato da gente d’origine tedesca, qui. Ci saluta agitando le mani e noi ricambiamo facendo dondolare in orizzontale l’aereo. A due minuti dall’ora calcolata saliamo a 100, 150 metri e il campo d’aviazione è li, in un angolo del bosco. Via il gas, via compressione e, se non c’è niente davanti, si atterra.

 

Da Demjansk portiamo via i feriti. Congelamento, per lo più. Un freddo boia, a metà gennaio. Temperature sui —40°C. E arriva la bufera dall’est. Sotto di noi soldati tutti imbacuccati e, sulle slitte, bene al caldo sulla paglia, avvolti nelle coperte, i feriti. I piccoli cavalli (panje) hanno piccole stalattiti di ghiaccio che pendono dal loro muso. All’imbarco dei feriti spegniamo i motori, però bisogna aver caricato tutto in cinque minuti. E riaccendere i mo tori, altrimenti si raffreddano da non ripartire più.
Caricare e sistemare i feriti così alla svelta non è tanto facile. Nell’aereo gelato nella maggior parte dei casi ti gelano anche loro, in un baleno. Vero che abbiamo già provveduto e che li aiutiamo come meglio si può: li facciamo stendere sulla paglia e poi li copriamo bene con le coperte di lana. E in volo, gli serviamo the col rhum o un brodo di carne concentrato, rimasti bollenti nei thermos.


Das Reich, gennaio 1942

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