Paracadutisti giapponesi all’attacco

ENORMI FIORI BIANCHI

Paracadutisti giapponesi all’attacco di Palembang

Tokyo, fine febbraio 1942

 

Scrive il tenente Kusoki: La sera della vigilia dell’attacco su Palembang i paracadutisti costruirono un piccolo altare nel loro accantonamento, vi sacrificarono la loro grappa di riso secondo il rito scintoista, invocando che il dì seguente gli si aprissero bene i paracadute. Non invocarono di scampare, ma soltanto che gli funzionasse bene il paracadute, che loro trattano come se fosse un uovo crudo e che non lasciano mai cadere pesantemente e non calpestano mai.

 

 

 Paracadutisti giapponesi all’attacco di Palembang

 

 

Per le otto del mattino seguente si erano fatti i preparativi. Ogni soldato aveva alla cintola pistola e coltellaccio, ognuno portava in spalla un fagotto giallo-verde che conteneva il paracadute. Per il caso non si fosse aperto il primo, ciascuno aveva appeso sul petto un secondo paracadute di riserva. Marciarono col loro comandante rivolgendo la faccia in direzione del palazzo imperiale di Tokyo e, cantando l’inno nazionale, fecero un ultimo inchino al palazzo. Il comandante impartì le istruzioni, nominò l’obiettivo dell’attacco, terminò con queste parole, pronunciate ridendo: «Adesso la vostra vita è soltanto in mano mia e allora andiamo». Nella convinzione di non aver più nulla da perdere, pronti se necessario a far dono della vita, ci si imbarcò a bordo dei numerosi aerei in attesa. Al segnale decollarono tutti, anche quelli che avevano caricato soltanto armi, bombe a mano e viveri per quattro giorni. Si fece rotta verso sud.

Ben presto apparve Singapore, ancora tutta avvolta dal fumo nero che saliva dalle cisterne di petrolio. Sotto di noi scorreva il mare punteggiato d’isolette, e prima che ci sfuggisse il pilota gridò: «Dritto davanti a noi, Sumatra».

Sorvolammo le foci dei Moesi e volammo in cerchio perché qui gli aerei si dovevano dividere in due formazioni: una avrebbe attaccato Palembang e l’altra la raffineria. Ci salutammo col gesto al di sopra delle nuvole. Volammo in direzione dei campo d’aviazione e ci avvolsero di nuovo le nubi di fumo, che ci nascosero completamente alla vista da terra poiché in un primo momento non ci spararono. Scorgemmo all’improvviso sotto di noi il campo, sicuramente riconoscibile dalla lunga pista d’involo che luceva chiara al sole. Ma, prima ancora che avessimo tempo d’orientarci bene, vedemmo sbocciare dagli aerei che volavano sotto di noi la prima macchia scura. Un’altra, una terza. Di colpo sotto di noi tutto il cielo si colmò di enormi corolle bianche che calavano maestose a terra. E, con un incessante getto, gli aerei seminarono sempre nuovi candidi fiori giganteschi.

Contemporaneamente, però, da terra cominciò a sparare la contraerea. Luminosi traccianti traversarono l’aiuola di gigli, talora passando assai prossimi agli uomini sotto il paracadute.

Atterrò il primo paracadute, fu trascinato un attimo, si raggomitolò pian piano, a bitorzoli. Ne atterrarono sempre più. Vedemmo alcuni soldati che si liberavano dei paracadute, facevano gruppo intorno ai superiori, correvano alle casse delle armi, le schiantavano e aprivano il fuoco.

Quando ci allontanammo, dopo qualche minuto, l’intero campo era punteggiato di macchioline bianche. Sapevamo che l’attacco era andato bene in prima fase e che ora sarebbe cominciata la battaglia sull’esito della quale non avevamo alcun dubbio.

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