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STALIN E LA II GUERRA MONDIALE di PIOTR GRIGORENKO

Con la vittoria sulla Germania nella seconda guerra mondiale Stalin divenne per decine di milioni di uomini, non necessariamente comunisti, il vincitore della barbarie nazista. Il precedente patto di non aggressione, che aveva provocato non poche delusioni era dimenticato. In realtà le perdite materiali (che sarebbero state colmate solo venticinque anni dalla fine della guerra, all’inizio degli anni 70) e quelle umane (trenta milioni di morti, in un certo qual modo mai ripianabili) costituirono due fra le concause che avrebbero provocato il crollo del regime sovietico.
L’operato di Stalin capo militare è stato forse il meno discusso fra quello degli statisti della II guerra mondiale. Il pamphlet del generale Grigorenko, poi non così dissimile dalle critiche levate da Krusciov, costò al suo autore la degradazione e l’ostracismo. Seppur non completamente condivisibile in talune asserzioni tecniche e militari, lo scritto costituisce una critica radicale della preparazione e della conduzione della guerra da parte di Stalin. Partendo da cui si possono disvelare molti luoghi comuni sull’URSS nella seconda guerra mondiale.

Forniamo due capitoli del libro.

 

 

 

Trasporto manuale di palloni frenati nell'autunno 1941 

 

Con i tedeschi alle porte  Mosca si militarizza, reclute si addestrano sul Viale Chistoprudny

 

 

 

X

I PRIMI GIORNI DELLA GUERRA

All’alba del 22 giugno le tre flotte aeree tedesche sorvolarono contemporaneamente le frontiere della Unione Sovietica e martellarono tutti i campi d’aviazione situati nelle regioni militari di frontiera occidentali. Data la nostra totale assenza di preparazione che ci permettesse di rispondere all’aggressione, i bombardamenti di sorpresa ci causarono perdite terribili di materiale. La maggior parte dei nostri aerei fu distrutta al suolo; e i danni assai gravi subiti dagli aeroporti intralciarono seriamente l’azione degli apparecchi sfuggiti alla catastrofe. Inoltre, l’avanzata fulminea permise alle truppe fasciste di penetrare velocemente nelle regioni d’ove era concentrata la nostra rete di aeroporti. Dovemmo quindi distruggere noi stessi gli aerei impossibilitati a levarsi in volo. E non ve ne furono che potessero prendere il volo! Nei primi quattro o cinque giorni di guerra perdemmo il 90% della nostra aviazione, che non poté quindi aiutare in alcun modo le nostre truppe che pure ne avevano grande bisogno.

La fanteria fascista che si era assicurata una schiacciante superiorità di uomini e materiale sulle direttrici dell’offensiva varcò la frontiera sovietica all’alba dello stesso giorno. In virtù delle « previsioni geniali  » « della guida e del maestro  » le colonne germaniche incontrarono sul loro cammino soltanto forze di fanteria poco importanti, « sbarazzate »  non solo dei carri armati inviati a formare i corpi d’armata meccanizzati, ma anche di artiglieria, di batterie contraeree e dei genieri che si trovavano allora ben indietro, nei loro accantonamenti speciali e nei loro poligoni di tiro. Inoltre, questa fanteria « ridotta ai soli propri mezzi  » non era neanche stata messa in stato di allarme! Che cosa poteva dunque fare contro le ondate di autoblindo tedesche che irrompevano bruscamente su di loro, fiancheggiate da fantaccini che attaccavano sostenuti da un fuoco possente di Cannoni e di mortai?

Anche chi non abbia che una visione molto confusa di ciò che è la guerra può immaginarsi quale  vero eroismo fu necessario ai nostri soldati per non perdersi d’animo davanti a un’offensiva di sorpresa così folgorante e devastatrice, di cui non si erano mai sognata la possibilità, per non cedere al panico e disperdersi, per non alzare le braccia, ma al contrario per battersi contro i carri armati con le sole armi costituite dai fucili e dalle granate. Come se non bastasse, bisognava che s’impegnassero in combattimento senza l’autorizzazione del   « capo » (il che allora richiedeva, si comprenderà facilmente, un certo coraggio!). Si sa infatti (ma tutti non lo sanno) che Mosca non dette l’autorizzazione ad aprire il fuoco che sei ore dopo lo scatenamento dell’aggressione hitleriana; ma le truppe, invece (quale indisciplina), avevano aperto il fuoco non appena il nemico era stato in vista.

La situazione della nostra fanteria diventava da un minuto all’altro più drammatica. Subì perdite enormi e bruciò le munizioni senza disporre delle normali riserve. Nessun rinforzo giunse a sostenerla mentre il nemico inviava continuamente rincalzi e gettava nella mischia le riserve delle forze di copertura.

Fin dal primo mattino, inoltre, i nostri soldati si trovarono di fronte un nuovo nemico particolarmente temibile: l’aviazione fascista che aveva compiuto la sua prima missione (schiacciare la nostra forza aerea, al suolo, sui campi d’aviazione) e poté dedicarsi alla copertura dell’esercito di terra. L’assenza di difesa antiaerea nei nostri corpi d’armata permise all’aviazione nazista di permettersi il lusso dei voli radenti più sfrontati.

Esattamente così andarono le cose. Ma i nostri « critici » zelanti non ne vogliono sapere: essi sguazzano nell’ « eroismo » e nelle  « grandi prodezze ». Esporre i fatti come si sono realmente svolti è, ai loro occhi, mettere l’accento in modo  « unilaterale » e tendenzioso sugli   « sbagli », sulle   « insufficienze » e sugli   « errori di calcolo ». Ebbene, cediamo, sia pure in parte, al loro desiderio e parliamo… ma non delle grandi prodezze compiute al principio della guerra, perché non ne abbiamo affatto notate. (Se i nostri censori dispongono di dati al riguardo li preghiamo di volercene rendere edotti). Non alludiamo qui ai genuini atti di eroismo verificatisi nei primi giorni di guerra: ce ne sono stati innumerevoli. Ma questo eroismo non ha niente a che vedere col verboso e pomposo tambureggiamento  « letterario» che tanto piace ai nostri censori indifferente a ogni altro argomento. E’ l’eroismo ineguagliabile di cui dettero prova in quei giorni innumerevoli soldati rimasti del tutto sconosciuti, di uomini che non si arrampicavano con la bandiera in pugno sul Reihstag vinto, di uomini che non gridavano davanti l’obiettivo fotografici:  « Avanti! Per Stalin! », ma di uomini che pressoché disarmati difesero la patria facendo bastione coi loro corpi e sacrificarono le loro giovani esistenze in silenzio, senza manifestazioni rumorose e menzognere. E’ del loro eroismo, e solo del loro, che voglio parlare.

In virtù della   « saggezza » dei nostri capi la fanteria era priva di armi anticarro e i nostri soldati non potevano combattere contro i carri armati nemici che col fucile a proiettili perforanti o , se non ne avevano, tirando coi moschetti nelle feritoie. Tentavano anche di far saltare i carri a colpi di bomba  a mano o di incendiarli con bottiglie molotov improvvisate, e in generale pagavano con la vita queste azioni dadesperado. Fu peraltro dall’iniziativa di questi soldati che nacque l’idea delle due nuove armi anticarro: le granate da lancio e gli esplosivi a miscela infiammabile. E queste iniziative dimostrarono la necessità di ritornare al fucile anticarro.

I soldati (e con ciò intendo anche i sergenti e gli ufficiali del fronte) non potevano accettare passivamente l’impunità di cui godeva l’aviazione nemica. Essi tentarono di abbattere gli aerei nemici a colpi di fucile – isolati o raggruppati – o di mitragliatrice: smontavano la ruota di una carretta, vi fissavano una mitragliatrice da carro armato e costruivano così un pezzo da contraerea a tiro costantemente azimutale.

Quello era eroismo. Ma il fatto di parlarne, ritengo, non susciterebbe solo un sentimento di fierezza nei confronti degli uomini della nostra terra, ma anche l’odio per coloro che hanno messo i nostri soldati nell’impossibilità di difendere contro il nemico il paese natale, la propria famiglia e i concittadini, anche al prezzo di un auto sacrificio massiccio.

Perché il loro eroismo fu effettivamente massiccio. Nella fanteria come in tutte le armi, nei corpi specializzati come nelle retrovie.

Nonostante tanto eroismo, la resistenza opposta al nemico fu del tutto insufficiente. Ecco quel che gli autori di un articolo irresponsabile e sconclusionato dovrebbero comprendere e non dimenticare.

La nostra aviazione, inchiodata al suolo sui campi, non poté levarsi in volo ed opporsi all’aviazione fascista. Eppure la massa dei nostri piloti era prontissima ad operare prodigi. Quelli che poterono decollare lo dimostrarono al mondo intero. Fu in quei giorni terribili che nacquero i Rastello e i Talalicin. Ma la maggior parte dei nostri aviatori, lo ripeto, non poté levarsi in volo e molti di loro si avviarono a piedi verso l’est guardando gli aeroplani nemici che mitragliavano impunemente i nostri soldati e i nostri aerei e piangendo di rabbia. Non sapevano come nascondere la vergogna. Eppure non c’era niente di cui vergognarsi. Erano stati messi nell’impossibilità di battersi…

Come si vede, l’assenza totale di resistenza - e non solo di una debole resistenza  - al nemico può benissimo accoppiarsi all’eroismo.

Lo stesso avvenne per l’artiglieria. Mosca ordinò nella mattinata del 22 giugno ai reggimenti di artiglieria, come pure alle forze che si trovavano negli acquartieramenti speciali e sui poligoni di tiro, di raggiungere immediatamente le loro unità. Mosca respinse le proposte di rimandare al calar della notte la messa in moto delle colonne dei pezzi di artiglieria. Questo rifiuto criminale, per usare un termine gentile, ebbe conseguenze funeste per l’artiglieria che nella maggior parte dei casi era allora trainata da cavalli. E penso che chiunque, anche oggi, può immaginarsi quel che è avvenuto quando i bombardieri sono scesi in picchiata e i caccia tedeschi si sono abbattuti sulle colonne di cannoni, che si spiegavano trainati da cavalli,   su strade strette e senza il minimo materiale di difesa antiaerea. Ci furono casi abbastanza numerosi di comandanti di battaglioni di artiglieria che, avendo perduto la totalità degli effettivi in seguito ad attacchi aerei successivi, si suicidarono.

Così, in virtù delle  « sagge » indicazioni dei nostri capi, non soltanto la fanteria e i carri armati furono privati di copertura e di sostengo aereo, ma in più furono costretti a dare battaglia senza il sostegno dell’artiglieria. Ancora una volta, questo debole sostegno non impedì che gli artiglieri sovietici agissero eroicamente. Privati dei cavalli per trainare i pezzi, li tirarono essi stessi, scovarono cavalli e trattori nei kolchoz, andarono all’assalto e si impadronirono di trattori, di cannoni e di mortai del nemico e si batterono sino all’ultimo obice, all’ultima cartuccia, all’ultima granata. E non furono per niente responsabili della debole resistenza opposta all’avanzata tedesca. Fecero tutto il possibile, fecero anche l’impossibile, ma la situazione in cui erano stati messi impediva che le loro iniziative potessero avere un effetto serio.

E i nostri carristi! Andarono spontaneamente al macello in nome della patria… E non si tratta di un modo di dire o di un’esagerazione letteraria. Dico proprio al macello. I nostri vecchi modelli di carri armati (come quelli tedeschi, del resto) prendevano fuoco con facilità. Al minimo obice che li colpisse s’incendiavano immediatamente e si arroventavano con tale rapidità che in genere l’equipaggio non faceva in tempo a saltare a terra…

Con simili carri armati, privi del sostegno dell’artiglieria, privi dell’appoggio dell’aviazione, privi di qualsiasi copertura difensiva, non si poteva evidentemente ricorrere che a una tattica: mettere a frutto la loro grande mobilità, portarsi alla massima velocità sulla direttrice dell’offensiva nemica, istallarsi in posizione favorevole, scavarvi fossati e piazzarvi i carri accuratamente mimetizzati e attendere le colonne avversarie che avanzavano, fanteria e carri, allo scoperto per accoglierli di sorpresa con un fuoco nutrito diretto dalle posizioni mascherate.

Un gran numero di comandanti sul fronte lo compresero chiaramente, ma Mosca esigeva  « controffensive » e  « contrattacchi » di carri armati. Così nostre colonne di mezzi corrazzati uscivano interamente allo scoperto per offrirsi al fuoco di fila dell’artiglieria e dei carri nemici che evoluivano con la massima tranquillità; per offrirsi al mitragliamento dell’aviazione avversaria padrona del cielo. Nonostante ciò i nostri mezzi blindati andarono in linea senza un attimo d’esitazione. E alcuni poterono anche sfidare le leggi del buon senso e giungere sino al nemico infliggendogli perdite severe. Ma tra quelli furono rari gli equipaggi che riuscirono a rientrare alla base. I turbini di fumo nero, i carri in fiamme, le carcasse annerite, questi furono gli ultimi momenti e gli ultimi testimoni, in genere, della tragedia e degli atti di coraggio e di eroismo dei carristi sovietici. Gli storici stranieri che hanno studiato l’esperienza dell’ultima guerra sono giunti alla conclusione che perdite prossime al 25% siano sufficienti a fermare un’offensiva di mezzi corazzati ed a far indietreggiare quelli superstiti. I carristi sovietici non hanno desistito dall’attacco neanche quando l’unica prospettiva rimasta era la tomba.

Ecco una prova di eroismo! Eppure quale ne fu il bilancio? Nelle prime due o tre settimane di guerra le regioni militari dell’ovest perdettero quasi il 90% dei carri e più di metà degli equipaggi …

Ecco gli uomini con cui si urtò l’attacco di sorpresa nemico. Ah, se questi uomini avessero avuto dirigenti provvisti di un granello d’intelligenza! Si può immaginare quali risultati avremmo potuto ottenere in base all’esempio della regione militare di Kiev. Il comando e lo stato maggiore della regione riuscirono innanzitutto a conservare nelle loro mani la direzione delle operazioni e non perdettero mai il senso della loro reale responsabilità. Fu così che tutte le conseguenze gravi di una  «preparazione » criminale alla guerra e l’ingerenza assurda dell’alto comando vi furono in quei giorni alquanto attenuate. Di conseguenza il gruppo di armate tedesche che avanzava su quella direttrice subì perdite enormi e poté avvicinarsi al Dnjeper soltanto mediante una manovra d’accerchiamento. E la maggior parte dei comandi sovietici finì nelle sezioni disciplinari dei campi di concentramento.

Dopo la vittoria tutti i prigionieri di ritorno nell’Unione Sovietica furono mandati nei campi di concentramento di Stalin e di Berija e in molti vi trascorsero lunghi anni. Lo stesso comandante Gavrilov che diresse la resistenza eroica della fortezza di Brest-Litovsk non uscì dal campo di concentramento che dopo il ventesimo congresso del partito  (1956). Se ciò si aggiunge a tutti i fatti già enumerati è chiaro che fin dai primi giorni di guerra e fino alle sue ultime ore, Stalin e i suoi collaboratori più vicini si dedicarono soprattutto alla ricerca di  « capri espiatori », alla liquidazione o alla condanna al silenzio dei testimoni ancora in vita degli avvenimenti tragici dei primi giorni di guerra.

Tali furono gli atti eroici dei guerrieri sovietici e le azioni  « meravigliose » dell’alta direzione del paese.

Un breve esame permette di ricavarne un bilancio abbastanza evidente che non corrisponde affatto alla demagogia menzognera e nociva dei diffamatori che demoliscono il libro probo e utile di Nekric.

 

 

 

 

Autunno 1941 unità per la difesa contro le armi chimiche 

 

Barricate sulla strada per Mozajsk  

 

 

 

XI

LA «TREGUA DI DUE ANNI» OTTENUTA DA STALIN

E QUEL CHE CI HA FATTO GUADAGNARE

 

Gli avvenimenti che abbiamo appena descritti non hanno niente, lo si è visto, di molto consolante. Ma nel cumulo dei moderni studi storici, che si rifanno alle fonti dei tempi di Stalin, si assicura che la situazione sarebbe stata assai peggiore senza la « saggia politica estera » del governo. Gli autori di questi opuscoli attribuiscono alla diplomazia staliniana un successo determinante: nel 1939 essa avrebbe stornato dall'Unione Sovietica l'aggressione hitleriana ed avrebbe dato così al nostro paese due anni di respiro.

Non sono un diplomatico di professione, ma conosco il passato e sono spinto involontariamente a porre una domanda: che cos'è un guadagno di tempo?

Fino ad oggi si riteneva che si potesse rispondere alla domanda soltanto determinando ciò che tale tregua aveva permesso di fare. Gli storici sovietici si contentavano del luogo comune: « Abbiamo guadagnato due anni che ci sono serviti per rafforzare il potenziale bellico del paese. » Questa spiegazione, a parer mio, non può soddisfare nessuno. Per accertare se abbiamo effettivamente guadagnato oppure se abbiamo sperperato la tregua offertaci dalla storia, bisogna esaminare quello che è stato fatto o non fatto in confronto a ciò che dovevamo fare.

A quali risultati siamo dunque arrivati?

1. Abbiamo fatto arretrare la frontiera all'ovest da 200 a 250 km e ne abbiamo approfittato per smantellare i nostri antichi settori fortificati, tutta l'enorme linea di difesa che si estendeva dal Baltico al Mar Nero.

2. Abbiamo raddoppiato le nostre forze armate.

3. Abbiamo dimostrato in modo lampante agli hitleriani e al mondo intero tutta l'impreparazione del nostro esercito a condurre una guerra moderna in occasione del conflitto con la Finlandia.

4. Abbiamo sciolto i battaglioni corazzati delle divisioni di fanteria e avviata la formazione di corpi d'armata meccanizzati.

5. Abbiamo concentrato i nostri depositi di materiale destinato alla mobilitazione in pericolosa vicinanza delle frontiere.

6. Abbiamo ritirato dall'uso e dagli arsenali il cannone anticarro da 45 mm e i fucili anticarro e fermata la produzione di cannoni Zis da 76 mm.

7. Abbiamo ammucchiato nelle prigioni tutta una schiera di ingegneri militari di primissimo ordine e ne abbiamo anche fucilato qualcuno a cominciare dall'inventore della Katjusa che diverrà ben presto famosa.[4]

In compenso, a quali risultati non siamo arrivati?

1. Non abbiamo operato la conversione della nostra industria in industria di guerra e non abbiamo nemmeno preparato un piano di mobilitazione. Aberrazione totale dal punto di vista della scienza militare! Ma c'è un fatto. L'alto comando adottò il piano di mobilitazione soltanto nel giugno 1941, proprio alla vigilia della guerra.

2. Non abbiamo organizzato la produzione massiccia di nuovo materiale da combattimento e di nuovo armamento che gli inventori avevano messo a punto ancor prima del 1939. Non abbiamo iniziato la produzione in serie di caccia, di bombardieri in picchiata e di aerei da assalto che per caratteristiche tecniche e tattiche erano di gran lunga superiori ai corrispondenti modelli della Luftwaffe. E neanche abbiamo cominciato la produzione in serie dei nostri notevoli carri T-34 e KV. Si lasciò cadere del tutto la Katjusa di cui non costruimmo nemmeno un modello sperimentale. Solo nel corso della guerra si mise in costruzione la prima batteria di quest'arma efficace.

3. Non abbiamo allargato e perfezionato la rete dei campi d'aviazione.

4. Non abbiamo né formato né istruito corpi di armata meccanizzati.

5. Non abbiamo messo le truppe in stato d'allarme.

6. Non abbiamo costruito settori fortificati lungo la nostra nuova frontiera.

Il bilancio è chiaro: siamo arrivati a prendere e attuare decisioni che indebolivano la difesa del nostro paese; ma durante questa tregua non siamo arrivati ad attuare provvedimenti che l'avrebbero rinforzata. L'impatto delle misure positive come lo spostamento della frontiera verso l'ovest e il raddoppiamento delle nostre forze armate fu annullato dallo smantellamento delle antiche fortificazioni e dal rifiuto di mettere le truppe in stato d'allarme.

Così la tregua, lungi dal migliorare il potenziale del nostro paese, l'ha invece indebolito in modo considerevole: « guadagno » negativo!

In qual modo, allora, in questi due anni abbiamo migliorato la nostra posizione internazionale?

Abbiamo perduto tutti i nostri alleati potenziali nell'Europa del Sud-Est e nei Balcani e ci siamo completamente isolati da coloro che combattevano contro la Germania. Non so come si possano giudicare queste conquiste dal punto di vista diplomatico, ma è chiaro che esse contraddicono senza possibilità di smentita il principio affermato da Lenin: « Definire la propria politica estera approfittando delle contraddizioni del mondo capitalista. » Il governo di Stalin si è allontanato da questo principio. Si è volontariamente legato al carro da combattimento del fascismo tedesco e per due anni si è trascinato dietro a quel carro come un bue da condurre al mattatoio.

Difatti, se si può anche in certo modo giustificare il « patto di non aggressione » con Hitler, in qual modo avevamo bisogno di un « patto d'amicizia e (li delimitazione delle frontiere »? Perché ci sembrava così necessario assicurare le consegne stipulate nel trattato con la Germania impegnata allora in una guerra d'aggressione, mentre essa non rispettava gli obblighi che il trattato stesso le imponeva nei nostri riguardi? Perché non prendemmo qualche provvedimento deciso anche quando i fascisti cominciarono manifestamente a « pestarci i piedi »: quando fecero entrare le loro truppe in Romania e in Bulgaria, quando invasero la Grecia e la Jugoslavia, quando concentrarono le loro divisioni nelle vicinanze della nostra frontiera polacca... ecc.?

I denigratori del libro di Nekric sostengono senza reticenza un luogo comune assai diffuso: il governo sovietico si è comportato allora volutamente in modo pericoloso allo scopo di non irritare l'aggressore fascista e di non dargli il motivo di gettarsi sull'Unione Sovietica. Si sa, l'inferno è lastricato di buone intenzioni! Ma non si domanda conto a una direzione politica di ciò che essa ha desiderato o sognato, ma dei risultati concreti delle decisioni prese. I difensori impudenti e zelanti della politica di Stalin nei suoi rapporti con la Germania farebbero bene a ricordare la favola di Krylov, Il lupo e l'agnello. Esattamente come il lupo vi trova un pretesto per divorare l'agnello, così l'aggressore, sicuro dell'impunità, troverà sempre un pretesto per gettarsi sulla vittima. Il solo argomento che serva a far indietreggiare un aggressore è la forza.

Si pone oggi spesso la domanda: ma si poteva forse prevenire la guerra?

La risposta a questo tipo di domanda dipende da numerosissimi fattori che è impossibile studiare nella loro totalità. Dopo tutto, niente ha escluso fino ad oggi la possibilità che una terza guerra mondiale possa scoppiare in seguito ad un incidente imprevedibile. Comunque, nella maggior parte dei casi, anche in quelli più pericolosi, si può non solo prevedere ma anche influire in modo decisivo sullo sviluppo di simili catastrofiche reazioni a catena.

In ogni modo è ben evidente che qualsiasi aggressore non può mancare di valutare per prima cosa la resistenza che rischia di incontrare. Ora, nel 1941 il proseguimento della guerra all'ovest costringeva Hitler ad essere particolarmente prudente. Ed è per questo motivo che lo svolgimento della storia dipendeva allora indiscutibilmente, ed in proporzione non trascurabile, da noi stessi, dal nostro grado di preparazione a respingere qualsiasi aggressione.

Se non avessimo intrapresa la riorganizzazione delle truppe della regione militare dell'ovest, se le avessimo messe in stato di allarme, se avessimo predisposto fortificazioni lungo la nostra nuova frontiera, se avessimo posto in assetto di combattimento i vecchi settori fortificati, se avessimo concentrato due o tre corpi d'armata corazzati muniti di T-34 e di KV nelle regioni del Volga e dell'Ural; e se, invece di pubblicare i comunicati « disinformativi » dell'agenzia Tass, avessimo fatto avvicinare queste forze alle nostre frontiere occidentali, sé avessimo seriamente preavvisato la Germania fascista che qualora non fossero cessate le manifestazioni di ostilità nei nostri confronti avremmo dovuto rivedere il nostro atteggiamento nei suoi riguardi; e se in più avessimo accompagnato l'avvertimento con un sondaggio effettuato presso gli avversari occidentali della Germania, è molto probabile che Hitler ci avrebbe pensato due volte prima di decidersi a invadere l'Unione Sovietica.

Non si tratta di tentare di indovinare le possibilità allora esistenti di prevenire la guerra. Quel che è indubbio e manifestamente evidente è una cosa completamente diversa: anche se non fossimo riusciti a impedire la guerra, l'avremmo affrontata in condizioni completamente differenti. La realtà fu tutt'altra e dovemmo fronteggiare l'invasore essendo militarmente ancor meno preparati che nel 1939 e ridotti ad un isolamento internazionale completo.

Il fatto che ci siamo in seguito trovati degli alleati è una prova della perspicacia dei dirigenti dell'Inghilterra e degli Stati Uniti e non può in alcun modo essere accreditato ai successi della diplomazia staliniana che, al contrario, aveva fatto di tutto per isolarci deliberatamente da .questi paesi e rivolgerli contro di noi.

Non è possibile provare tutto quel che ho appena detto. Ma è proprio così che è avvenuto e non altrimenti.

Ecco perché un solo e unico dubbio può fermare La penna di chiunque scriva su questo periodo. La rivelazione dei fatti può nuocere la prestigio della nostra patria?

 

 

 

Reparti tedeschi in ritirata 

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