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CHURCHILL E STALIN

L’attacco all’URSS dà il via alla grande alleanza tra le potenze occidentali e l’URSS. In effetti Churchill aveva ripetutamente cercato di mettere Stalin sull’avviso di una più che probabile attacco tedesco. Avvertimenti caduti nel vuoto.

 

 

 

Ricovero per civili allestito nella metropolitana

 

 

 

IL PRIMO MINISTRO W. CHURCHILL AL MINISTRO DEGLI ESTERI A. EDEN

 

Atene, 30 marzo 1941

 

Dalla lettura dei rapporti del Servizio Informazioni desumo che il malvagio ha concentrato assai numerose forze corazzate ecc, per spaventare la Jugoslavia e la Grecia, sperando di impadronirsi della prima, o di entrambe, senza combattere. Nel momento in cui fu certo che la Jugoslavia era entrata a far parte dell'Asse, egli trasferì tre delle cinque divisioni corazzate contro l'Orso, ritenendo che quanto aveva lasciato nei Balcani sarebbe stato sufficiente per liquidare l'affare greco. La rivoluzione di Belgrado invece sconvolse questi progetti e fece ar­restare durante il viaggio il trasferimento al nord delle forze corazzate. Questo può solo significare, a mio giudizio, l'intenzione di attaccare la Jugoslavia al più presto o, altra alternativa, di agire contro i turchi. Sembra che grandi forze verranno impiegate nella penisola balcanica e che si farà aspettare l'Orso ancora per un poco. Inoltre, questi ordini e contrordini in relazione al colpo di Stato di Belgrado sembrano rivelare grandiosità di progetti sia per il sud-est che per l'est. Quest'è l'in­dicazione più chiara che abbiamo avuto sinora. Fatemi sapere, in ter­mini prudenti, se voi e Dill condividete le mie impressioni.

 

 

 

 Il teatro Vakhtangov  di Mosca dopo il bombardamento della Luftwaffe del 23-24 luglio 1941

 

 

 

IL PRIMO MINISTRO W. CHURCHILL A STALIN

TRAMITE L’AMBASCIATORE BRITANNICO A MOSCA, SIR R. STAFFORD CRIPPS

Stafford Cripps comunicò l’avvenuta trasmissione del messaggio a Stalin,
tramite Viscinski, il 22 aprile 1941

 

3 aprile 1941

 

Eccovi un mio messaggio per il signor Stalin, purché possa essergli consegnato personalmente da voi:

 

Sono in possesso di informazioni sicure di un agente fidato dalle quali risulta che i tedeschi, appena ritenevano di aver preso la Jugoslavia nella loro rete - cioè, dopo il 20 marzo - iniziarono il trasferimento di tre delle cinque divisioni corazzate dalla Romania alla Polonia me­ridionale. Nell'attimo in cui seppero della rivoluzione serba questo movimento fu sospeso. Vostra Eccellenza valuterà con prontezza il significato di questi fatti.

 

 

 

 

 

 

IL MINISTRO DEGLI ESTERI A. EDEN A SIR R. STAFFORD CRIPPS

CIRCA IL MESSAGGIO A STALIN

 

1. Se la risposta vi fornisse l'occasione di approfondire l'argomento, potreste rilevare come questo mutamento nelle disposizioni militari te­desche significa sicuramente che Hitler, a causa della campagna di Jugoslavia, ha ora rinviato i suoi precedenti progetti di minacce contro il Governo sovietico. Stando così le cose, il Governo sovietico dovrebbe Poter approfittare di quest'occasione per rafforzare la propria situazione. Questo rinvio dimostra che le risorse nemiche non sono illimitate ed illustra i vantaggi di tutto ciò che possa assomigliare, anche lonta­namente, ad un fronte unito.

 

2. Per il Governo sovietico il metodo più semplice di rafforzare la propria situazione consisterebbe nel fornire un aiuto materiale alla Turchia e alla Grecia e, attraverso quest'ultima, alla Jugoslavia. Tale aiuto potrebbe aumentare le difficoltà tedesche nei Balcani a tal punto da far ritardare ancor più l'attacco tedesco contro l'Unione Sovietica presumibile da tanti segni.
Se tuttavia non si cogliesse ora l'occasione per mettere tra le ruote tedesche tutti i bastoni pos­sibili, il pericolo dell'attacco potrebbe ripresentarsi nel giro di po­chi mesi.

 

3. Voi non dovreste naturalmente lasciar capire che noi chiediamo un aiuto qualsiasi al Governo sovietico o che esso agisca per un interesse diverso dal proprio. Noi desideriamo unicamente fargli comprendere che Hitler intende attaccarlo presto o tardi, non appena sarà in condi­zioni di farlo; che il fatto di trovarsi impegnato in una guerra con noi non è di per sé sufficiente ad impedirgli di attaccare anche l'U.R.S.S. a meno che non si trovi di fronte a qualche particolare difficoltà, come quella che in questo momento gli si prospetta nei Balcani, e che pertanto è nell'interesse sovietico prendere tutti i possibili provvedimenti per impedirgli di sistemare le faccende balcaniche nel modo da lui deside­rato.

 

 

 

Cannoni antiaerei da 85mm e trincee nel Parco Gorky 

 

 

 

RESOCONTO DI  JOHN COLVILLE, PRIMO SEGRETARIO DI W. CHURCHILL

 

1. Sabato, 21 giugno, arrivai ai Chequers [1] poco prima di cena. E­rano presenti il signor e la signora Winant [2], il signor e la signora Eden [3] e Edward Bridges [4]. Durante la cena il signor Churchill disse che era certo un attacco germanico contro la Russia; egli pensava che Hitler contasse con tale mossa di guadagnarsi le simpatie dei capitalisti e delle destre sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti. Hitler aveva però torto e noi tutti dovevamo aiutare la Russia. Winant disse che la stessa cosa valeva per gli Stati Uniti.

Dopo cena, passeggiando sul campo di croquet col signor Churchill, ritornai sull'argomento e gli chiesi se per lui, arcianticomunista, non fosse una contraddizione. Il signor Churchill rispose:
« Niente affatto. Io ho un unico scopo, la distruzione di Hitler, e questo mi rende molto più facile la vita. Se Hitler invadesse l'inferno farei per lo meno un'allusione favorevole al diavolo alla Camera dei Comuni ».

2. Fui svegliato la mattina dopo, alle quattro, da un fonogramma del Foreign Office il quale annunciava che la Germania aveva attac­cato la Russia. Il Primo Ministro aveva sempre detto che non lo si doveva svegliare per alcuna ragione salvo che per l'invasione [5].
Aspettai pertanto a parlargliene sino alle 8. Il suo unico commento fu: « Avvertite la B.B.C. che parlerò alla radio stasera alle 9 ». Cominciò a preparare il discorso alle 11 del mattino e, salvo durante la colazione alla quale parteciparono sir Stafford Cripps [6], lord Cranborne e lord Beaverbrook [7], si dedicò ad esso per tutta la giornata... Il discorso fu pronto quando mancavano solo venti minuti, alle 21.

 

1. Località del Buckinghamshire, dal 1921 residenza di campagna del primo ministro britannico.
2. John Gilbert Winant, ambasciatore degli U.S.A. a Londra.
3. Robert Anthony Eden, ministro della guerra e degli affari esteri.
4. Edward Bridges
, segretario di Gabinetto.
5. Dell'Inghilterra

6.Richard Stafford Cripps, ambasciatore britannico a Mosca.

7. Maxwell Aitken I barone Beaverbrook, magnate della stampa e ministro delle produzioni di guerra.

 

 

 

Wiston Spencer Churchill 

 

 

 

DISCORSO PRONUNCIATO DA W. CHURCHILL ALLA RADIO
IL 22 GIUGNO 1941 ALLE ORE 21

 

Il regime nazista non si distingue, nei suoi peggiori aspetti, da quello, comunista. Esso è privo di ogni base e principio salvo l'istinto della ra­pacità e della dominazione razziale. Esso supera tutte le forme di mal­vagità umana in quanto a tecnica di crudeltà e ferocia di aggressione. Nessuno è stato avversario del comunismo più conseguente di me du­rante gli ultimi venticinque anni. Io non ritratterò neppure una paro­la di quelle pronunciate su questo argomento; ma tutto svanisce di­nanzi allo spettacolo che si sta ora svolgendo. Il passato, con i suoi delitti, le sue follie e le sue tragedie, scompare. Io vedo i soldati russi, fermi sul limitare della loro terra nativa, che difendono i campi colti­vati dai loro padri da tempo immemorabile. Li vedo mentre difen­dono le loro case, dove le madri e le spose pregano - sì, perché vi sono tempi in cui tutti pregano - per la salvezza dei loro cari, per il ritorno di colui che guadagna il pane quotidiano, del loro difensore e protet­tore. Vedo i diecimila villaggi dove i mezzi per vivere sono strap­pati al suolo con tanto stento, ma dove sussistono ancora gioie umane primordiali, dove le fanciulle ridono e i bimbi giocano. Vedo avanzare contro tutto ciò, spaventoso assalto, la macchina bellica na­zista, con i suoi ufficiali prussiani che fanno i bellimbusti e si compiac­ciono dello scattar di talloni e relativo tintinnio di speroni, con i suoi agenti abili ed esperti, reduci dall'aver terrorizzato e asservito una doz­zina di paesi. Vedo anche le masse della soldataglia unna, ottuse, ben addestrate, docili e brutali, che avanzano pesantemente simili a stormi di locuste striscianti. Vedo i bombardieri e i caccia tedeschi nel cielo, ancora doloranti per più di una sferzata loro inflitta dai britanni­ci, lieti di trovare quella che essi ritengono una preda più facile e più sicura.

 

Dietro a tutta questa parata abbagliante, dietro a tutto questo ura­gano, io scorgo quel piccolo gruppo di uomini perversi che proget­tano, organizzano e scatenano sull'umanità questa cateratta di orrori...

 

Devo proclamare la decisione del Governo di sua Maestà - e sono certo che è una decisione che i grandi Dominions a suo tempo appro­veranno - perché noi dobbiamo parlare subito ad alta voce, senza un giorno di indugio. Devo fare la dichiarazione, ma potete voi avere dubbi circa la politica che seguiremo? Abbiamo un solo obietti­vo, ed un unico, irrevocabile proposito. Siamo decisi ad annien­tare Hitler ed ogni vestigio del regime nazista. Da tale proposito nulla ci distoglierà, assolutamente nulla. Non tratteremo mai, non negozieremo mai con Hitler o con qualcuno della sua cricca. Lo combatteremo per terra, lo combatteremo per mare, lo combattere­mo nell'aria, sinché, con l'aiuto di Dio, non avremo liberato la ter­ra dalla sua ombra e i popoli dal suo giogo. Ogni uomo od ogni Stato che combatterà contro il nazismo riceverà il nostro aiuto. Ogni uomo od ogni Stato che marcia con Hitler è nostro nemico... Questa è la nostra politica e questa è la nostra dichiarazione. Ne segue pertanto che daremo tutto l'aiuto possibile alla Russia e al popolo russo. Fa­remo appello a tutti i nostri amici ed alleati in ogni parte del mondo, affinché adottino la stessa politica e la perseguano cosí lealmente e costantemente come noi faremo sino alla fine...

 

Questa non è una guerra di classe, ma una guerra nella quale sono impegnati tutto l'Impero e il Commonwealth delle nazioni britanniche senza distinzione di razza, di religione o di partito.

Non spetta a me dire quel che faranno gli Stati Uniti, ma questo voglio dire: se Hitler s'immagina che il suo attacco alla Russia sovietica provocherà la benché minima divergenza di obiettivi o il più piccolo rallentamento di sfor­zo tra le grandi democrazie che hanno deciso di distruggerlo, si sba­glia miseramente. Al contrario, noi saremo più forti e più animosi nei nostri sforzi per salvare l'umanità dalla sua tirannia. Saremo più for­ti, non più deboli, sia per decisione che per risorse materiali.

 

Non è questo il momento per fare della morale sulle pazzie degli Stati e dei Governi che si sono lasciati abbattere uno alla volta, quando, con un'azione concorde, avrebbero potuto salvarsi e salvare il mondo da questa catastrofe. Ma quando parlavo pochi minuti fa della mania sanguinaria di Hitler e degli odiosi istinti che l'avevano spinto, o l'a­vevano indotto, all'avventura russa, dissi che dietro questa aggressione si nascondeva un motivo più profondo. Egli desidera distruggere la potenza russa perché spera, ove ciò gli riesca, di essere in grado di ri­condurre indietro dall'Oriente il nerbo del suo esercito e della sua avia­zione e di scagliarlo contro quest'isola, ch'egli sa di dover conquistare; altrimenti dovrà pagare il fio dei suoi delitti. L'invasione della Russia non è che il preludio ad un tentativo d'invasione delle isole britanni­che. Egli spera, certamente, di poter compiere tutto ciò prima del so­praggiungere dell'inverno e di poter schiacciare la Gran Bretagna pri­ma che la flotta e l'aviazione degli Stati Uniti possano intervenire. Spe­ra di poter ripetere una volta ancora, su scala più vasta di quanto sia mai in precedenza avvenuto, il gioco di distruggere i suoi nemici uno per uno, col quale ha così a lungo prosperato, e che allora la sce­na sarà sgombra per l'atto finale, senza il quale tutte le sue conquiste sarebbero avvenute invano, cioè l'asservimento dell'emisfero occi­dentale alla sua volontà e al suo sistema.

 

Il pericolo russo è pertanto il nostro pericolo, e il pericolo degli Stati Uniti, esattamente come la causa di ciascun russo che combatte per il suo focolare e per la sua patria è la causa degli uomini liberi e dei popoli liberi di ogni parte del mondo. Cerchiamo di far tesoro del­le lezioni che ci sono state impartite da così crudele esperienza. Raddop­piamo gli sforzi e colpiamo, riunendo le nostre energie, sinché avre­mo volontà e vita.

 

 

 

 

 

 

I due seguenti discorsi di Stalin vengono pronunciati in momenti in cui le possibilità di difesa dell’URSS dall’aggressione tedesca sembrano se non compromesse perlomeno seriamente intaccate. Per poter assicurare la partecipazione del variegato mosaico di popoli che costituiscono l’impero sovietico, peraltro non unanimi nell’ostilità nei confronti dell’invasore, Stalin utilizza la leva dell’orgoglio nazionale e lo spettro di una germanizzazione forzata. Significativa l’assenza delle parola “comunismo” e altrettanto significativa l’apostrofe agli eroi nazionali russi, le cui effigi saranno costantemente  presenti nella propaganda sovietica. Nonostante le pesantissime responsabilità in ordine all’impreparazione bellica ed alle purghe che hanno decimato i quadri dell’Armata Rossa, nonostante la prolungata cecità, come abbiamo avuto modo di leggere nei precedenti documenti, circa le reali intenzioni di Hitler Stalin diverrà per milioni di uomini – non necessariamente comunisti – il vincitore della barbarie nazista. In realtà la vittoria dell’URSS nella II guerra mondiale sarà un’autentica “vittoria di Pirro”, le distruzioni materiali verranno infatti ripianate solo agli inizi degli anni 70, a tacere dei decine di milioni di morti e mutilati. Tutti fattori da annoverarsi tra le cause remote del crollo dell’URSS nel 1989. (g)

  

 

 

 Fyodor Reshetnikov Stalin

Fyodor Reshetnikov Stalin

Significativo che mentre nel dopoguerra sarà comodo addossare a Hitler e Mussolini la responsabilità unica della guerra e dei crimini perpetrati, Stalin si approprierà del merito della vittoria. Eccolo in un dipinto del “realismo socialista” in solitario studio di una carta geografica. Una agiografia menzognera che avrà termine, almeno per la propaganda ufficiale, col XX Congresso del PCUS (g)

 

 

 

 

DISCORSO PRONUNCIATO ALLA RADIO DA STALIN IL 3 LUGLIO 1941

 

Compagni, cittadini,
fratelli e sorelle,
combattenti del nostro esercito
e della nostra flotta!

 

Mi rivolgo a voi, amici miei!

 

La perfida aggressione militare della Germania hitleriana contro la nostra Patria, iniziata il 22 giugno, continua. Non ostante l'eroica resistenza dell'Esercito rosso, non ostante che le migliori divisioni del nemico e le migliori formazioni della sua aviazione siano già sconfitte ed abbiano trovato la loro tomba sui campi di battaglia, il nemico continua a spingersi innanzi gettando nuove forze sul fronte. Le truppe hitleriane sono riu­scite ad occupare la Lituania, una notevole parte della Lettonia, parte occidentale della Bielorussia, una parte dell'Ucraina occidentale. L'aviazione fascista allarga la sfera d'azione dei suoi bombardieri e bombarda Murmansk, Orscia, Moghiliov, Smolensk, Kiev, Odessa, Sebastopoli. Sulla nostra Patria pesa un grave pericolo.

Come è potuto accadere che il nostro glorioso Esercito rosso cedesse alle truppe fasciste una serie di nostre città e di circondari? E mai possibile che le truppe fasciste tedesche siano veramente invincibili come instancabilmente strombazzano i pro­pagandisti fascisti fanfaroni?

 

Certamente no! La storia insegna che non vi sono e non vi sono stati eserciti invincibili. L'esercito di Napoleone era con­siderato invincibile, ma fu sconfitto successivamente dalle truppe russe, inglesi, tedesche. L'esercito tedesco di Guglielmo era pure considerato, durante la prima guerra imperialistica, un esercito invincibile, ma fu più volte sconfitto dalle truppe russe e anglo-francesi e infine venne disfatto dalle truppe anglo-francesi. Lo stesso bisogna dire dell'attuale esercito fascista te­desco di Hitler. Questo esercito non ha ancora incontrato una seria resistenza sul continente dell'Europa. Una seria resistenza l'ha incontrata soltanto sul nostro territorio. E se, in seguito a questa resistenza, le migliori divisioni dell'esercito fascista tedesco sono state disfatte dal nostro Esercito rosso, ciò vuol dire che anche l'esercito fascista hitleriano può esser sconfitto e sarà sconfitto come lo furono gli eserciti di Napoleone e di Guglielmo.

 

Che una parte del nostro territorio sia stata tuttavia occu­pata dalle truppe fasciste tedesche, si spiega soprattutto con il fatto che la guerra della Germania fascista contro l'U.R.S.S. è cominciata in condizioni vantaggiose per le truppe tedesche e svantaggiose per le truppe sovietiche. Infatti, le truppe della Germania, paese che conduce la guerra, erano già completa­mente mobilitate e le 170 divisioni gettate dalla Germania contro l'U.R.S.S. e spostate verso le frontiere dell'U.R.S.S, erano completamente pronte, aspettavano solo il segnale del­l'offensiva, mentre le truppe sovietiche dovevano ancora essere, mobilitate e inviate alle frontiere. Non poca importanza ha avuto qui anche la circostanza che la Germania fascista ha violato improvvisamente e perfidamente il patto di non aggressione con­cluso nel 1939 con l'Unione Sovietica, senza tener conto che tutto il mondo l'avrebbe considerata parte attaccante. È chiaro il nostro paese, amante della pace, non volendo assumersi I'iniziativa di violare il patto, non poteva mettersi sulla via della perfidia.

 

Ci si può domandare: come è potuto avvenire che il Go­verno sovietico ha acconsentito alla conclusione di un patto di non aggressione con uomini così perfidi, con dei mostri come Hitler e Ribbentrop? Il Governo sovietico non ha commesso in questo caso un errore? Certamente no! Un patto di non aggressione è un patto di pace tra due Stati. È precisamente un patto del genere che la Germania ci propose nel 1939. Poteva il Governo sovietico respingere una tale proposta? Penso che nessuno Stato pacifico possa respingere un accordo di pace con una potenza vicina, anche se a capo di questa potenza vi siano dei mostri e dei cannibali come Hitler e .Ribbentrop.
E ciò, naturalmente, alla condizione assoluta che l'accordo, di pace non menomi nè direttamente, nè indirettamente l'integrità ter­ritoriale, l'indipendenza e l'onore dello Stato pacifico. Come è roto il patto di non aggressione tra la Germania e l'U.R.S.S. è precisamente un patto di questo genere.

 

Cosa abbiamo guadagnato noi concludendo con la Germa­nia un patto di non aggressione? Abbiamo assicurato al nostro paese la pace durante un anno e mezzo e la possibilità di pre­parare le nostre forze a far fronte alla Germania fascista qualora essa si fosse rischiata, malgrado il patto, ad aggredire il nostro paese. Ciò costituisce un netto guadagno per noi e una perdita per la Germania fascista.

 

Che cosa ha guadagnato e che cosa ha perso la Germania fascista stracciando perfidamente il patto e aggredendo l'U.R.S.S.? Essa ha ottenuto con ciò una certa situazione di vantaggio per le sue truppe nel corso di un breve periodo, ma ha perso politicamente, smascherandosi agli occhi di tutto il mondo come un aggressore sanguinario. Non vi può essere dub­bio che questo breve vantaggio militare per la Germania è sol­tanto un episodio, mentre l'immenso guadagno politico per l'U.R.S.S. costituisce un fattore serio e duraturo, sulla base ciel quale debbono svilupparsi successi militari decisivi dell'Esercito rosso nella guerra contro la Germania fascista.

 

Ecco perché tutto il nostro valoroso esercito, tutta la nostra valorosa marina militare, tutti i nostri intrepidi aviatori, tutti i popoli del nostro paese, tutti i migliori uomini dell'Europa, dell'America e dell'Asia, infine tutti i migliori uomini della Ger­mania, bollano d'ignominia le perfide azioni dei fascisti tede­schi e nutrono simpatia per il Governo sovietico, approvano l'atteggiamento del Governo sovietico e vedono che la nostra causa è giusta, che il nemico sarà sconfitto, che noi dobbiamo vincere.

 

In seguito alla guerra impostaci, il nostro paese è entrato in una lotta mortale contro il suo acerrimo e perfido nemico, — il fascismo tedesco. Le nostre truppe combattono eroicamente contro un nemico armato fino ai denti di carri armati e d'avia­zione. L'Esercito rosso e la Marina rossa, superando numerose difficoltà, lottano con abnegazione per ogni palmo di terra so­vietica. Entra nella battaglia il grosso dell'Esercito rosso, armato di migliaia di carri armati e di aeroplani. Il valore dei combat­tenti dell'Esercito rosso non ha precedenti. La nostra resistenza al nemico si rafforza ed aumenta. Insieme all'Esercito rosso sorge in difesa della Patria tutto il popolo sovietico.

 

Cosa occorre per eliminare il pericolo che pende sulla nostra Patria e quali misure devono esser prese per schiacciare il nemico?

 

Occorre, innanzi a tutto, che i nostri uomini, gli uomini sovietici, comprendano tutta la gravità del pericolo che minaccia il nostro paese e pongano fine alla faciloneria, alla noncuranza, allo stato d'animo proprio del periodo dell'edificazione pacifica, completamente comprensibili prima della guerra, ma funesti nel momento attuale in cui la guerra ha radicalmente cambiato la situazione. Il nemico è feroce e implacabile. Esso si pone lo scopo di conquistare le nostre terre bagnate dal nostro sudore, di impossessarsi del nostro grano e del nostro petrolio, frutti del nostro lavoro. Esso si pone lo scopo di restaurare il potere dei proprietari terrieri, di restaurare lo zarismo, di distrug­gere la cultura nazionale e l'organizzazione statale nazionale dei russi, degli ucraini, dei bielorussi, dei lituani, dei lettoni, degli estoni, degli usbecchi, dei tartari, dei moldavi, dei geor­giani, degli armeni, degli aserbaigiani e degli altri liberi popoli dell'Unione Sovietica, di germanizzarli, di renderli schiavi dei principi e dei baroni tedeschi. Si tratta, dunque, della vita o della morte dello Stato sovietico, della vita o della morte dei popoli dell'U.R.S.S., si tratta, per i popoli dell'Unione Sovietica di essere liberi, o di cadere nella servitù. Bisogna che gli uo­mini sovietici comprendano ciò e cessino di essere spensierati, mobilitino sé stessi e riorganizzino tutto il loro lavoro in modo nuovo, su piede di guerra, senza mercé per il nemico.

 

Occorre, inoltre, che nelle nostre file non vi sia posto per i piagnucoloni ed i codardi, per gli allarmisti e i disertori, che i nostri uomini non conoscano la paura nella lotta e vadano con abnegazione alla nostra guerra liberatrice per la difesa della la patria, contro gli schiavisti fascisti. Il grande Lenin, che ha creato il nostro Stato, diceva che la qualità fondamentale degli uomini sovietici deve essere il coraggio, l'ardimento, l'intrepi­dezza nella lotta, la decisione di combattere insieme al popolo contro i nemici della nostra Patria. Occorre che questa mirabile qualità del bolscevico diventi patrimonio dei milioni e milioni di uomini dell'Esercito rosso, della nostra Marina rossa e di tutti i popoli dell'Unione Sovietica.           

 

Dobbiamo riorganizzare immediatamente tutto il nostro lavoro su piede di guerra, subordinando tutto agli interessi del fronte e al compito di organizzare la disfatta del nemico. T popoli dell'Unione Sovietica vedono ora che il fascismo tedesco è indomabile nella sua rabbia furibonda e nell'odio per la nostra Patria, che ha assicurato a tutti i lavoratori il lavoro libero e il benessere. I popoli dell'Unione Sovietica devono levarsi in piedi contro il nemico, a difesa dei loro diritti e della loro terra.

 

L'Esercito rosso, la Marina rossa e tutti i cittadini dell'Unio­ne Sovietica debbono difendere ogni palmo della terra sovietica, battersi fino all'ultima goccia di sangue per le nostre città e i nostri villaggi, manifestare l'ardimento, l'iniziativa e la perspi­cacia propri al nostro popolo.

 

Dobbiamo organizzare il massimo aiuto all'Esercito rosso, assicurare un intenso completamento delle sue file, assicurargli il rifornimento di tutto il necessario, organizzare rapidi tra­sporti delle truppe e dei materiali bellici, dare un largo aiuto ai feriti.

 

Dobbiamo rafforzare le retrovie dell'Esercito rosso, subordi­nando a questo interesse tutto il nostro lavoro; assicurare un intenso lavoro di tutte le officine, produrre più fucili, mitraglia­trici, cannoni, cartucce, proiettili, aeroplani; organizzare la pro­tezione delle officine, delle centrali elettriche, delle comunica­zioni telefoniche e telegrafiche; organizzare la difesa antiaerea locale.

 

Dobbiamo organizzare una lotta implacabile contro ogni specie di disorganizzatori delle retrovie, disertori, allarmisti, propalatori di voci, annientare le spie, gli agenti di diversione, i paracadutisti nemici, concorrendo in tutto ciò rapidamente all'azione dei nostri battaglioni da caccia. Dobbiamo tener presen­te, che il nemico è perfido, scaltro, sperimentato nell'inganno e nella diffusione di voci false. Bisogna tener conto di tutto questo e non abboccare alla provocazione. Bisogna immediatamente deferire al Tribunale militare senza riguardo per nessuno, tutti quelli che, diffondendo il panico e dando prova di codardia, ostacolano la difesa.

 

Durante la ritirata forzata delle unità dell'Esercito rosso, bisogna far partire tutto il materiale rotabile ferroviario, non lasciare al nemico né una locomotiva, né un vagone, non lascia­te al nemico né un chilo di pane, né un litro di carburante. I colcosiani debbono portar via tutto il bestiame, dare il grano in custodia agli organi statali per trasportarlo nelle retrovie. Tutti i beni di valore, compresi i metalli non ferrosi, il grano ed i carburanti, che non possono esser evacuati, devono essere assolu­tamente distrutti.

 

Nelle zone occupate dal nemico bisogna formare reparti di partigiani, a cavallo e a piedi, creare gruppi di distruttori per lottare contro le unità dell'esercito nemico, per scatenare la guerra partigiana ovunque e dappertutto, per far saltare i ponti, le strade, per danneggiare le comunicazioni telefoniche e telegrafiche, per incendiare i boschi, i magazzini, i carriaggi. Nelle zone occupate, creare condizioni insopportabili per il nemico e per tutti i suoi complici, perseguirli e annientarli dovunque, far fallire ogni loro decisione.

 

La guerra contro la Germania fascista non può essere con­siderata una guerra ordinaria. Essa non è soltanto una guerra fra due eserciti. È nello stesso tempo una grande guerra di tutto il popolo sovietico contro le truppe fasciste tedesche. Lo scopo di questa guerra di tutto il popolo per la difesa della Patria, contro gli oppressori fascisti non è soltanto di eliminare il peri­colo che sovrasta la nostra terra, ma anche di aiutare tutti .i popoli dell'Europa, che gemono sotto il giogo del fascismo tedesco, In questa grande guerra di liberazione noi non saremo soli. In questa grande guerra avremo alleati fedeli i popoli dell'Europa e dell'America, compreso il popolo tedesco asservito dai caporioni hitleriani. La nostra guerra per la libertà della nostra Patria si fonderà con la lotta dei popoli dell'Europa e dell'America per la loro indipendenza, per le libertà democra­tiche. Sarà questo un fronte unico dei popoli che sono per la libertà, contro l'asservimento da parte degli eserciti fascisti di Hitler. A questo proposito, lo sto­rico discorso del signor Churchill, primo ministro della Gran Bretagna, sull'aiuto all'Unione Sovietica e la dichiarazione del governo degli Stati Uniti d'America di essere pronto a prestare aiuto al nostro paese, discorso e dichiarazione i quali non pos­sono che suscitare un sentimento di riconoscenza nei cuori dei popoli dell'Unione Sovietica, sono del tutto comprensibili e significativi.

 

Compagni! Le nostre forze sono inesauribili. Il tracotante nemico dovrà ben presto convincersene. Insieme all'Esercito rosso si levano alla guerra contro il nemico aggressore molte migliaia di operai, colcosiani, intellettuali. Si leveranno le masse di milioni di uomini del nostro popolo. I lavoratori di Mosca e di Leningrado hanno già iniziato la formazione di una mili­zia popolare di molte migliaia di uomini a sostegno dell'Esercito rosso. In ogni città minacciata dal pericolo di essere invasa dal nemico, dobbiamo creare una simile milizia popolare, solle­vare alla lotta tutti i lavoratori per difendere col proprio petto, nella nostra guerra per la difesa della Patria contro il fascismo tedesco, la propria libertà, il proprio onore, la propria patria.

 

Allo scopo di mobilitare rapidamente tutte le forze dei, po­poli dell'U.R.S.S. per far fronte al nemico che ha aggredito per­fidamente la nostra Patria, è stato creato il Comitato di Difesa dello Stato, che concentra ora nelle sue mani tutti i poteri statali. Il Comitato di Difesa dello Stato ha iniziato la sua attività chiama tutto il popolo ad unirsi attorno al partito di Lenin­-Stalin, attorno al Governo sovietico per appoggiare con abne­gazione l'Esercito rosso e la Marina rossa, per la disfatta del nemico, per la vittoria.

 

Tutte le nostre forze per sostenere il nostro eroico Esercito rosso, la nostra gloriosa Marina rossa!

 

Tutte le forze del popolo per schiacciare il nemico!

 

Avanti, per la nostra vittoria!

 

 

 

Mitragliatrici Maxim su affusto quadruplo sui tetti di Mosca 

 

Via Gorky, defilamento di reparti per la parata del 7 novembre 1941

 

 

 

Il 7 novembre 1941, XXIV annuale della Rivoluzione d’Ottobre, la tradizionale parata sulla Piazza Rossa di Mosca assume un significato particolare; l’offensiva tedesca minaccia la capitale, parzialmente evacuata e sottoposta allo stato d’assedio. La presenza sugli spalti del Cremlino delle massime autorità sovietiche con in testa Stalin dimostra la ferma determinazione di resistere e di non abbandonare la città al nemico. Terminato il defilamento i reparti si portano verso la linea del fronte distante poche decine di chilometri.(g)

 

 

 

DISCORSO PRONUNCIATO DA STALIN ALLA RIVISTA MILITARE

IL 7 NOVEMBRE 1941 SULLA PIAZZA ROSSA A MOSCA

 

Compagni soldati rossi e marinai rossi, comandanti e diri­genti politici, operai e operaie, colcosiani e colcosiane, lavoratori intellettuali, fratelli e sorelle nelle retrovie del nostro nemico, temporaneamente caduti sotto il giogo dei briganti tedeschi, nostri valorosi partigiani e partigiane che distruggete le retrovie degli invasori tedeschi!

 

A nome del Governo sovietico e del nostro partito bolsce­vico vi saluto e mi felicito con voi per il ventiquattresimo anniversario della Grande Rivoluzione socialista d'Ottobre.

 

Compagni, oggi dobbiamo celebrare il ventiquattresimo an­niversario della Rivoluzione d'Ottobre in condizioni difficili. La perfida aggressione dei briganti tedeschi e la guerra impostaci hanno creato una minaccia per il nostro paese. Abbiamo tempo­raneamente perduto una serie di regioni; il nemico si trova alle porte di Leningrado e di Mosca. Il nemico calcolava che sin dal primo urto il nostro esercito sarebbe stato disperso e il nostro paese sarebbe stato messo in ginocchio. Ma il nemico ha gros­solanamente sbagliato i suoi calcoli. Malgrado gli insuccessi temporanei, il nostro esercito e la nostra marina respingono eroicamente gli attacchi del nemico su tutto il fronte e gli in­fliggono gravi perdite; e il nostro paese, tutto il nostro paese, si è organizzato in un unico campo di combattimento, per scon­figgere, assieme al nostro esercito ed alla nostra marina, gli invasori tedeschi.

 

Vi furono giorni in cui il nostro paese si trovò in una situa­zione ancor più grave. Ricordate il 1918, anno in cui celebram­mo il primo anniversario della Rivoluzione d'Ottobre. I tre quarti del nostro paese si trovavano allora nelle mani degli in­vasori stranieri. L'Ucraina, il Caucaso, l'Asia Centrale, gli Urali, la Siberia, l'Estremo Oriente furono temporaneamente persi. Non avevamo alleati, non avevamo l'Esercito rosso, — se ne iniziava appena la formazione, — mancava il grano, man­cavano gli armamenti, mancavano i corredi. 14 Stati assalirono allora il nostro paese. Ma non ci scoraggiammo, non ci perdemmo d'animo. Nel fuoco della guerra formammo allora l'Esercito rosso e trasformammo il nostro paese in un campo trincerato. Lo spirito del grande Lenin ci animava allora alla guerra contro gli invasori. Ebbene? Infliggemmo una disfatta agli invasori, ci facemmo restituire tutti i territori perduti e riportammo la vittoria.

 

La situazione attuale del nostro paese è incomparabilmente migliore di 23 anni fa. Il nostro paese ora è molto più ricco di industrie, di derrate alimentari e di materie prime di 23 anni fa. Abbiamo ora degli alleati che formano, insieme a noi, un fronte unico contro i conquistatori tedeschi. Abbiamo ora la simpatia e l'appoggio di tutti i popoli d'Europa caduti sotto il giogo della tirannide hitleriana. Ora disponiamo di un magni­fico esercito e di una magnifica marina che difendono col loro petto la libertà e l'indipendenza della nostra Patria. Ora non abbiamo una mancanza seria né di prodotti alimentari, né di armamenti, né di corredi. Tutto il nostro paese, tutti i popoli del nostro paese appoggiano il nostro esercito, la nostra flotta e li aiutano a sconfiggere le orde conquistatrici dei fascisti te­deschi. Le nostre riserve umane sono inesauribili. Lo spirito del grande Lenin e la sua vittoriosa bandiera ci animano oggi, come 23 anni fa, alla guerra per la difesa della Patria.

 

Si può forse dubitare che possiamo e dobbiamo vincere gli invasori tedeschi?

 

Il nemico non è così forte come lo dipingono alcuni intel­lettualucci spaventati. Il diavolo non è così terribile come lo si dipinge. Chi può negare che il nostro Esercito rosso ha più volte messo in fuga disordinata le vantate truppe tedesche in preda al panico? Se si giudica non dalle fanfaronate dei pro­pagandisti tedeschi, ma dalla vera situazione della Germania, sarà facile comprendere che gli invasori fascisti tedeschi sono davanti ad una catastrofe. In Germania oggi regnano la fame e la miseria. In quattro mesi di guerra la Germania ha perduto 4 milioni e mezzo di soldati. La Germania si dissangua, le sue riserve umane si esauriscono. Lo spirito di indignazione in­vade non solo i popoli d'Europa, caduti sotto il giogo degli in­vasori tedeschi, ma lo stesso popolo tedesco che non vede la fine della guerra. Gli invasori tedeschi tendono le ultime forze. Non vi è dubbio che la Germania non può sostenere a lungo una tale tensione. Ancora alcuni mesi, ancora mezz'anno, forse un annetto e la Germania hitleriana dovrà crollare sotto il peso dei suoi misfatti.

 

Compagni soldati rossi e marinai rossi, comandanti e diri­genti politici, partigiani e partigiane! Tutto il mondo vi guarda come ad una forza capace di annientare le orde brigantesche degli invasori tedeschi. I popoli asserviti d'Europa, caduti sotto il giogo degli invasori tedeschi, vi guardano come loro liberatori. Una grande missione liberatrice spetta a voi. Siate, dunque, degni di questa missione! La guerra che voi conducete è una guerra di liberazione, una guerra giusta. Che le figure ardi­mentose dei nostri grandi antenati — Alessandro Nevski, Demetrio Donskoi, Cosimo Minin, Demetrio Pogiarski, Ales­sandro. Suvorov, Michele Kutusov vi ispirino in questa guerra! Che la vittoriosa bandiera del grande Lenin sia il segno che vi guidi!

 

Per la completa disfatta dei conquistatori tedeschi!

 

Morte agli invasori tedeschi!

 

Evviva la nostra gloriosa Patria, la sua libertà, la sua in­dipendenza!

 

Sotto la bandiera di Lenin, avanti, alla vittoria!

 

 

 

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