De Pinedo: L'inferno verde

De Pinedo Il mio viaggio attraverso l'Atlantico e le Americhe

 

 

L'INFERNO VERDE

 

Cento chilometri circa da San Luiz de Caceres, si comin­ciò ad avere la visione superba della foreta tropicale del Matto Grosso.

 

Figurarsi una sterminata distesa, a perdita di vista, di bosca­glie fittissime, di un verde cupo, sulla quale bisognava, talvolta, dirigersi con la bussola, come sul mare, poiché il fiume nasco­sto dalla fittissima vegetazione, che forma come una immensa cupola di verde, era visibile solo a tratti, come un piccolo nastro argenteo, quando era allineato con la nostra rotta. Andando a­vanti (facendo il calcolo col mio orologio, dovevo essere a circa cinque minuti da San Luiz de Caceres) non si vedeva quasi più il fiume, mentre invano aguzzavo la vista per scorgere le case del villaggio.

 

Il fenomeno mi sembrava assai strano, tanto più che mi ave­vano accertata l'esistenza, presso San Luiz, di un piccolo laghetto. Finalmente, vidi, sotto di me, poche case nascoste fra gli alberi.

Era Caceres!

 

Il fiume, a valle del paese, aveva un tratto rettilineo dove era possibile ammarare, ma non ripartire.

Vagai ancora, su e giù, cercando il famoso laghetto di cui mi avevano parlato, ma non ne vidi traccia. Finalmente mi decisi a scendere, tenendomi prudentemente lontano da un battello, con bandiera rossa, che era all'inizio del tratto rettilineo e feci bene, perché esso era stato messo, intelligentemente, a mostrare una linea telegrafica, che attraversava il fiume.

 

– Siamo scesi in un pozzo – dissi a Del Prete, appena dato fondo all'ancora e fermati i motori – di qui non si parte.

– Credo anch'io – mi rispose Del Prete, scuotendo il capo.

– Bisogna rinunziare a partire domani, andremo prima alla ricerca di un rettilineo, sufficientemente lungo. –

 

Zacchetti, che di tutte queste faccende non si interessava, fu molto contento di sentire che aveva una giornata disponibile, per occuparsi delle sue creature.

 

A San Luiz de Caceres, non avevano mai veduto una macchi­na volante e quando l'apparecchio, lentamente e solennemente rimorchiato da una piccola imbarcazione a benzina, quella stes­sa che ci aveva portato i rifornimenti da Corumbà, si ormeggiò davanti al paese, una folla variopinta e muta si difese sull'ar­gine del fiume, ammirando estatica.

 

Il Governo brasiliano aveva, gentilmente, dato disposizioni per il nostro alloggio, che ci venne preparato in una graziosa casa privata, in mancanza di alberghi.

 

Il paese era da poco uscito dall'incubo di un movimento rivo­luzionario, che era al suo termine, con la vittoria del Governo, perché i ribelli avevano sconfinato in Bolivia, dove erano stati internati. Questa situazione rendeva le comunicazioni telegrafi­che ancora un po' precarie, ma a noi arrecò il sensibile vantaggio di farci trovare, sul posto, un rimorchiatore armato, il «Cip­pino», comandato da un ufficiale della Marina brasiliana, che ci fu di inestimabile aiuto.

L'imbarcazione, che ci aveva portato la benzina, era arrivata a Caceres appena da tre giorni, risalendo il corso del Paraguay da Corumbà a Caceres, con una difficile navigazione, trovandosi il fiume in periodo quasi di magra.

A bordo di questa imbarcazione, che era tutta pavesata con bandiere, si trovava un italiano e precisamente un genovese, Gio­vanni Pricco, il quale, non appena poté accostarsi, poco dopo il poro ammaraggio, gridò: — Viva il «Santa Maria»!

 

— Un connazionale anche qui? — ci domandammo, piacevol­mente sorpresi.

Egli era un ex-volontario di guerra, emigrato in Brasile e si trovava a Corumbà, dove lavorava saltuariamente. Cuore gene­roso, di aspetto assai prestante, si mise a nostra completa dispo­sizione nei giorni che seguirono, fu per noi un aiuto veramente prezioso.

— Perché non siete discesi a Corumbà? — ci disse — tutti vi a­spettavano: la città era in festa, le scuole chiuse, tutto era pron­to per il vostro ammaraggio; c'era un palazzo a vostra disposi­zione. La popolazione è rimasta molto male, quando siete pas­sato senza fermarvi. Ci sono state delle dimostrazioni contro il generale Rondon, che non ha voluto che voi discendeste; hanno perfino asportata la tabella di una strada intitolata al suo nome.

 

Manifestai il mio rammarico, spiegando che eravamo scesi a Caceres per ragioni esclusivamente tecniche e quindi il generale Rondon non ne aveva colpa alcuna.

Mi affrettai a mandare un telegramma al Console italiano, a Corumbà, per chiarire l'incidente, tanto più che il generale Rondon era stato molto gentile con noi e ci aveva dato delle indica­zioni assai utili.

 

Nel pomeriggio, presi accordi con il Comandante del «Cip­pino» ed andai a vedere una località, a Nord di Caceres, dove e­gli mi disse che si poteva sperare di trovare un buon tratto di rettilineo. Faceva un caldo opprimente e noi stavamo sulla prua del «Cippino» per godere di quel po' di movimento d'aria, pro­dotto dalla velocità del rimorchiatore.

Dovemmo percorrere pochi chilometri per arrivare al polo indicato, ma impiegammo ben due ore e mezzo, per i continui andirivieni, giri e rigiri del fiume. Finalmente, giungemmo a destinazione, ma il posto era peggiore di quello dove io avevo ammarato.

Il «Cippino» attraccò alla riva, in vicinanza di una fazenda, per imbarcare legna per la caldaia. Profittammo dell'occasione per visitare questa fazenda, della quale non erano rimaste che

le mura ed il tetto, avendo i rivoltosi tutto saccheggiato e por­tato via. Il proprietario ci fece vedere gli steccati entro i quali tenevano il bestiame e ci spiegò tutte le operazioni usuali per la «mattanza».

 

Erano rimaste poche vacche ed egli mi inoltrò come si cattu­rino con il lazo. Questo lazo é costituito da una sottile e forte corda intrecciata, di cuoio crudo, con un piccolo anello di me­tallo ad una estremità, con cui viene a formare un laccio a nodo scorsoio. Per usarlo, occorre tenere la corda, avvolta a gomitolo, nella mano sinistra e nell'altra il nodo scorsoio, largo circa due metri e mezzo, che si fa poi girare velocemente al di sopra del­la testa, mantenendolo aperto con un movimento speciale del­la mano.

Al momento propizio, il nodo viene scagliato, con forza, contro l'animale da catturare, che rimane strettamente legato in ma­niera tale, che, dopo una breve resistenza, si accascia impotente.

Assistetti all'interessante caccia di alcune vacche, che erano in libertà, sul prato. Mi fece vedere anche come le potevano ab­battere, buttando il laccio sotto le zampe anteriori che, strette insieme dal nodo scorsoio, non sorreggono più e fanno precipi­tare in terra, l'animale.

 

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Lancio del lazo

 

Dimenticando il caldo, provai anch'io a lanciare il lazo, ma non riuscii a prendere alcun animale; mi accontentai solo di in­filare alcuni pali, che erano nel campo. Oltre questo interessan­te intermezzo ed il vantaggio di aver eseguito il rifornimento per il «Cippino» , la gita non ebbe, per noi, altro risultato.

 

Alla sera, venne a trovarci, nella nostra villa, la parte più co­spicua della società del paese, fra cui un Comitato di signore, che si era formato per onorarci e per dimostrarci che anche Ca­ceres era un centro all'altezza dei tempi.

— Comandante, Voi dovete assolutamente rinviare la vostra partenza poiché desideriamo darvi un gran ballo domani sera.

— Sono dolente, apprezzo moltissimo il vostro invito, ma non posso trattenermi.

— Ma cosa fa per Voi un giorno più o meno?

— Può fare moltissimo — risposi — poiché un giorno perduto può obbligarci a perdere una settimana, per le condizioni diffi­cili di tempo che possiamo incontrare dopo.

— Ma via, fateci questo piacere.

— È impossibile!

 

Il valente Pricco faceva da interprete e cercava, più o meno, di far loro capire che c'era nulla da fare.

Però il Comitato non si dette per vinto e, la mattina dopo, ri­comparve al completo, instituendo nuovamente. Dovetti opporre un amabile ma fermo rifiuto; ciononostante, quando capirono che io assolutamente non intendevo di fermarmi, le signore si ritirarono sdegnate per la mia, a parer loro, illogica ostinazione.

 

Intanto, io avevo consultato tutti i piloti pratici del Rio Pa­raguay ed essi mi dissero Glie, a Sud di Caceres, si poteva trova­re un tratto rettilineo di sufficiente lunghezza per il decollag­gio. Il Comandante del «Cippino», gentilmente, si offerse di rimorchiarmi e così, la mattina del 17, la cannoniera fece tutti i suoi rifornimenti di viveri e, nel pomeriggio, partimmo a ri­morchio.

 

Questa navigazione lungo il Rio Paraguay, che si svolgeva, come un nastro tortuoso, attraverso intricate foreste, fu real­mente interessante. Avevamo a bordo un pilota pratico del fiu­me e senza di esso sarebbe stato impossibile navigare, tanti era­no i serpeggiamenti del corso d'acqua, innumerevoli le anse che si presentavano ed infiniti i bacini, chiamati «bahie», dira­mantisi, come piccoli laghetti, a destra ed a sinistra del fiume e fra i quali poteva essere facilissimo perdersi.

 

Ogni tanto, un violento acquazzone passava sopra di noi, ma senza rinfrescare l'aria, pesante ed afosa.

 

Di qua e di là dal fiume, si estendeva la foresta tropicale.

Una muraglia verde, scura, massiccia, ininterrotta, che attrae e suggestiona l'occhio. Anche qui si svolge la lotta per l'esisten­za e gli alberi allungano il fusto e cercano di sormontarsi e soverchiarsi a vicenda, per farsi largo verso la luce del sole, che rappresenta per essi la vita. E così, dalla uniforme cupola verde, qua e là, un tronco più vigoroso emerge, sostenendo un im­menso cappello di fogliame, con le sue braccia erculee.

Nella cupa penombra, sotto il folto delle verdi chiome, pian­te e cespugli più bassi, strettamente intrecciati fra di loro, for­mano un secondo strato di verde. Fra il fitto fogliame si stende un volubile intreccio di liane, piante rampicanti, parassite, che allaccia alberi colossali in una stretta poderosa, nascondendoli completamente alla vista.

Impossibile tracciarsi un varco nella inestricabile foresta ver­gine. Qua e là, alberi colossali, abbattuti, si incrociano sul suolo e sul loro tronco putrefatto, nuova vita e nuova vegetazione pro­rompono possenti. Le piante contrastano, intricano il cammino. graffiano, pungono, sferzano, mentre il piede scivola sopra un suolo vischioso, pantanoso, spugnoso, ingombro di tronchi morti, in disfacimento, ricoperti di muffe di funghi.

 

Chi riesce a penetrare in questa densa massa vegetale, apren­dosi una breccia con l'ascia o col fuoco, prova un terrore superstizioso ed angoscioso.

Il novizio, dopo cinque minuti di sforzi inauditi, non sa o­rientarsi e volta il dorso al punto dove é diretto, non ritrova la strada, che si è faticosamente tracciata e può essere irrimedia­bilmente perduto. Nell'avanzare, urta contro i rami secchi, na­scosti sotto le foglie morte; affonda in un tronco, che egli cre­de solido, mentre la corteccia cede sotto i suoi piedi, è preso alla gola dalle liane, mentre si va liberando da quelle, éhe.gli in­ceppano il passo intrecciandosi ai suoi piedi; finché, soffocato dall'atmosfera calda e satura di umidità, che lo circonda, si tro­va ben presto sfinito, coperto di sudore, quasi senza respiro.

L'indiano, al contrario, scivola come un serpente tra gli al­beri. Per lui, nel bosco non esistono liane, i rami non hanno spi­ne, il suo piede non inciampa mai. La luce è la sua guida. Mar­ciando rapidamente e senza rumore, egli sa abilmente scegliere il punto dove deve passare e, mentre sembra che faccia molti giri, giunge direttamente alla meta, che si è prefisso.

 

Ma le piante non sono il solo ostacolo che si oppone alla mar­cia dell'uomo. Rettili numerosi, delle specie più velenose, at­tendono immobili, viscidi e traditori, la loro preda, al varco. Mi­lioni di insetti, appartenenti a diecine di migliaia di varietà le più diverse e, quasi tutte, non ancora conosciute e classificate, sono pronti ad assalire lo sciagurato che si attenti ad invadere il loro regno. Essi non lasciano un istante di tregua al viaggia­tore, poiché altre specie si succedono nella notte a quelle che lo hanno perseguitato durante il giorno.

I giaguari che fanno la ronda tra i cespugli, rappresentano forse il pericolo meno grave.

 

Tutto questo mi faceva riflettere che se la sorte, nell'ulteriore traversata che stavamo per intraprendere ci avesse costretti a di­scendere sopra quell'immane distesa di verde, assai più si sarebbe mostrata benigna facendoci, nello stesso momento, incontrare la morte.

 

L'inferno verde! questo è il nome per cui le foreste del Matto Grosso sono tristemente famose.

Circa alle undici della sera, giungemmo al posto stabilito e, per quella notte, dormimmo a bordo del rimorchiatore, accomodati alla meglio, sopra alcune brande.

 

 

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Il bagno nella fazenda

 

La mattina successiva, all'alba, tentai il decollaggio, ma non riuscì, poiché il tratto rettilineo non era sufficiente. Ci dispo­nemmo nuovamente a rimorchio del «Cippino» e ci dirigemmo verso un'altra località, ancora più a sud, che il pilota mi disse poteva essere più adatta di quella dove c'eravamo fermati.

Così continuammo la navigazione e, dopo due ore circa, giun­gemmo al Barranco Vermelho, dove vi era un'altra fazenda e dove il « Cippino » fece un altro rifornimento di legna. Per quel giorno e quella notte ci stabilimmo nella fazenda, dove venne­ro montate le brande, provviste di zanzariere. Anche questa fa­zenda non aveva più che le mura ed il tetto.

Le mura erano, per di più, spaccate, ed attraverso il tetto si vedeva il cielo.

 

Eseguii una ricognizione, sul fiume, per mezzo di un moto­scafo, che avevamo a rimorchio e fui molto soddisfatto nel constatare che, quella volta, il posto era molto adatto.

 

Avendo notato che vi era uno sbalzo di temperatura, di circa dieci-dodici gradi fra la notte ed il giorno e che il cambiamen­to era repentino, non appena sorgeva il sole, decisi di ripartire l'indomani, alle prime luci dell'alba. Intanto ci installammo al­la meglio nella fazenda, fissammo le brande ai muri, Mettem­mo in terra dei giornali, che dovevano farci da tappeto e potem­mo fare anche un buon bagno, con un sistema rudimentale, os­sia gettandoci scambievolmente addosso delle grandi secchiate di acqua.

 

Facemmo anche un po' di tiro al bersaglio, per provare le nostre pistole.

 

Mi era venuta l'idea di fare il bagno nel fiume, ma, mentre mi accingevo a spogliarmi, fu avvistato un piccolo coccodrillo, proprio dove avevo pensato di tuffarmi. Un buon colpo di cara­bina e l'animale restò inerte nell'acqua. Mi dissero che vi erano molte località del fiume, in cui il peggior pericolo non era co­stituito dai coccodrilli, ma da alcuni piccoli pesci, voracissimi, dai denti estremamente aguzzi e rivolti in dentro, i quali viag­giano, spesso, in branchi e se un misero mortale, disgraziatamente, capita loro sotto le fauci, lo spolpano in pochi minuti. Anche isolati, tali pesci, sono pericolosi, perché una volta che abbiano addentato le carni, non si possono più staccare, per la disposizione dei loro denti.

 

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Guerra alle zanzare

 

Per difenderci dalle zanzare, ci eravamo provvisti, a Buenos Aires ed a Montevideo, di alcuni unguenti, di cui ci spalmavamo tutte le parti scoperte della persona. Del Prete aveva, addirittu­ra, un paio di guanti di gomma, da chirurgo.

Avevamo inoltre una siringa, la quale spruzzava un liquido sgradito alle zanzare ed il buon Pricco aveva cura, durante i nostri frugali pasti, a bordo del «Cippino », di tenere in azione questo spruzzatore, intorno ai commensali. Io poi, durante la notte, lo tenevo presso di me, nella branda, pronto ad usarlo contro le voraci disturbatrici.

 

Il 19 mattina, ancora alla luce delle stelle, condussi l'apparec­chio nella località acconcia, a valle della fazenda del Barranco Vermelho ed appena l'oscurità della notte fu alquanto diradata dall'alba nascente, misi in moto e partii, decollando agevolmen­te, nel rettilineo prescelto.

Diedi, veramente, un sospiro di sollievo per essermi potuto disimpegnare da quella situazione, che, sulle prime, ci era par­sa, quasi, senza via di uscita.

Con l'esperienza fatta, sono di avviso che, per le future co­municazioni regolari, Corumbà sia il miglior posto, a patto di poter disporre di un buon punto di appoggio, sul Rio Guaporè.

 

Ritengo qui opportuno far rilevare che la rotta; fino allora tenuta dai pochi aviatori che avevano tentato la traversata nel senso verticale del continente Sud americano, si .svolgeva, da Parà a Buenos Aires, lungo le coste atlantiche del continente. Io avevo deciso di tentare questa nuova rotta, lungo le grandi vie fluviali dell'interno. La principale difficoltà che mi si opponeva, era la scarsità delle notizie esistenti circa le località adatte per l'ammaraggio, nel corso superiore di tali fiumi, poiché, nelle rare esplorazioni fattene, nessuno aveva, naturalmente, conside­rato lo specchio acqueo e la configurazione delle rive sotto quel particolare aspetto, che interessa l'aviazione.

 

Dallo studio delle carte, risultava chiaro questo, che per re­carsi con un idrovolante da Buenos Aires a Parà, per l'interno del continente, si poteva, nella prima parte del percorso, contare sopra due vie segnate: la prima dal corso del Rio Paranà fino a Corrientes e poi dal Rio Paraguay; la seconda dal corso del Rio Uruguay, ed in seguito, dal corso del Paranà a Nord di Posada.

 

La seconda rotta portava più direttamente a Parà, passando dal Paranà ad uno dei due tronchi principali che, riunendosi, formano il Rio Tocantins e cioè il Rio Araguaya ed il Rio Ma­ranhào.

La prima rotta, dopo aver risalito il Rio Paraguay, fin quasi alle foci, poteva svolgersi, sia passando sul Rio Guaporè e quin­di sul Mamorè e sul Madeira, per poi giungere alle Amazzoni, sia passando sul Tapajoz o sul Xingù e da questi nelle Amaz­zoni.

 

Io avevo scelto la via più lunga e più accidentata, costituita dal Rio Paranà e dal Rio Paraguay nel versante sud e poi dal Rio Guaporè, dal Rio Mamorè, dal Rio Madeira e dal Rio delle Amazzoni, nel versante nord, poiché di essa avevo notizie rela­tivamente più precise.

 

Si trattava di trovare due località, situate sui due opposti ver­santi che fossero il più vicino possibile l'una all'altra, oltre ad avere il requisito di offrire sufficiente acqua per l'ammaraggio e relativamente facili comunicazioni, per inviarvi in tempo oppor­tuno i rifornimenti.

Così avevo scelto, da una parte Corumbà sul Rio Paraguay e dall'altra Guaiarà Mirim sul Rio Mamorè, distanti fra di loro in linea d'aria circa millecinquecento chilometri. Ma poiché il pas­sare su regioni sconosciute e prive di mezzi regolari di comuni­cazioni, senza preventive notizie meteorologiche, poteva esporre a qualche sorpresa, avevo mandato un rifornimento intermedio, sul Rio Guaporè, dove non esistono centri abitati. Il rifornimen­to perciò era stato depositato alla confluenza del Rio Guaporè col Rio Cabixi, a circa seicento chilometri da Guaiarà Mirim e doveva essere riconoscibile per un battello a remi ivi ancorato (quello stesso che risalendo il corso del Guaporè, aveva portato il rifornimento) e da un'asta provvista di bandiera.

 

In tutti i modi, non potevo fare assegnamento sicuro su tale rifornimento intermedio, di cui non sapevo altro, che la spedi­zione che lo portava era partita. Pertanto, per assicurarmi mag­giormente il successo del viaggio cercai, come ho già detto, a Rio Janeiro, di accorciare il tratto sulla zona meno sicura, o­stando il rifornimento, sul Rio Paraguay, da Corumbà ancora più verso Nord, a San Luiz de Caceres. Potevo così tentare la traversata del Matto Grosso nella parte più difficile, meno nota e meno sicura, con un maggior margine di combus}ibile, per qualunque evenienza.

In volo ripassai basso, in segno di saluto, sopra il «Cippino», che così bene ci aveva aiutato: l'equipaggio era tutto in coperta e sventolava berretti e bandiere.

 

Alla bussola, diressi per la città di Matto Grosso sul Rio Gua­poré, pensando poi di seguire il corso del fiume fino a Guaiarà Mirim. Il tempo era calmo. Alla nostra destra si vedevano al­cune collinette. In lontananza l'orizzonte era fosco.

Ben presto, nuvole basse ci tolsero la vista del panorama. O­gni tanto, tra le nuvole, si scorgeva la terra o per meglio dire la monotona e cupa distesa della foresta, fino a perdita d'occhio. Qua e là, si discernevano degli spazi stepposi.

Il motore faceva udire, sopra di noi, il suo rombo sonoro e si­curo, che, per la prima volta, si diffondeva sopra quelle terre di­sabitate. Giammai occhio umano si era posato, dall'alto, su quel­la distesa di verde e noi pensavamo, con soddisfazione, che era­vamo i primi a contemplarla.

Procedendo, la zona delle nuvole si estese sempre più e ci nascose completamente la vista del suolo sottostante.

 

Sopra di noi, il sole, ancora molto basso sull'orizzonte, dar­deggiava i suoi raggi tropicali. Io badavo a tenermi in rotta, pre­mendomi molto di trovarmi esattamente sul Rio Guapóré, quando fosse il momento, e sopra il villaggio, semi abbandonato, di Matto Grosso.

 

Dopo circa un'ora e mezzo di navigazione, emersero, tra le nuvole, alcune collinette.

Avendo tenuto la rotta un poco più a nord, per essere sicuro, in putti i casi, di non oltrepassare il Guaporè, senza avvitarlo, la corressi di una diecina di gradi, a sinistra.

A conti fatti, avrei dovuto trovarmi sul Guaporè esattamente all'altezza di Matto Grosso.

 

Circa due ore dopo il nostro decollaggio dal Rio Paraguay, improvvisamente, in uno squarcio di nuvole, apparve sotto di noi il corso di un fiume. Poco più avanti vedemmo i tetti rossi di alcune case. Il villaggio era Matto Grosso ed il fiume il Rio Guaporè.

Diminuii di quota e feci due giri sulla città, che per la prima volta udiva il rombo di un velivolo.

Presi poi a seguire il corso del Rio Guaporè, regolandomi con la bussola, poiché esso spariva continuamente sotto i cumuli delle nubi.

 

Sulla sinistra, si vedevano, di lontano, le montagne con cui terminava l'immenso altipiano boliviano. Esse apparivano di una tinta grigia, uniforme, interrotta, di tanto, in tanto, dalle bianche striscie di immense cascate di acqua.

 

Intanto, verso le dieci, temendo di perdere di vista il Guapo­ré, decisi di scendere sotto le nuvole.

Un primo tentativo non riuscì, perché toccavo gli alberi culminanti della foresta. Andai più avanti ed un secondo tentativo riuscì. Con il calore solare le nuvole cominciavano ad alzarsi, ciò nonostante ero obbligato a volare assai basso.

Il fiume ogni tanto si nascondeva alla vita e ogni tanto riap­pariva, con le sue innumerevoli anse.

Qua e là, dalla foresta, emergevano dei tronchi secchi, schele­trici, privi di foglie, cadaveri di alberi, già morti da un pezzo.

Il fogliame, di color verde cupo, uniforme, si estendeva a de­stra ed a sinistra del fiume, a perdita di vista. Sotto quel basso strato di nuvole, ci sentivamo nella solitudine più completa e ci sembrava quasi che la natura ci guardasse severa ed ostile, per­ché osavamo profanare i suoi misteri.

 

Basandomi sull'altezza degli ultimi alberi, che si vedono ele­varsi dalle acque del fiume, calcolai che la vegetazione si eleva­va sul suolo di circa cinquanta metri. Lontano, verso ponente, tra la linea dell'orizzonte e lo strato nuvoloso, si vedeva una stri­scia, vivida e soleggiata, come una gigantesca scintillante lama di acciaio.

Di mano in mano che avanzo e che si alzava il sole, anche gli strati di nuvole si alzavano e potei così aumentare, gradatamen­te, la quota. Avevo un Ìeggiero vento contrario.

 

Verso le undici cominciai a vedere, qua e là, sulle rive del fiu­me delle capanne. Abbassandomi riconobbi degli indigeni, com­pletamente nudi, dalla pelle di un color rosso mattone che ci guardavano, eìatici, senza fare un gesto, senza muoversi, sen­za correre.

Incontrai ancora dei condors, i quali mi obbligarono a fare grande attenzione verso prua, per avere il tempo di manovrare, prima di esser loro sopra.

 

Quando passammo sulla confluenza del Rio Cabixi con il RioGuaporè, dove doveva trovarsi la nostra barca con i rifornimenti, nulla potemmo scorgere. Meno male che non avevo fatto assegnamento su tale rifornimento intermedio!

Alla confluenza col Rio Mamorè, il fiume diventava notevol­mente più largo e si cominciava a vedere qualche fazenda, sulle sponde a destra ed a sinistra.

 

Il tempo si guatò e ci imbattemmo in due o tre temporali, di limitata estensione.

Cominciava ora a mostrarsi qualche segno di vita; qualche rara imbarcazione si scorgeva qua e là.

 

Alle quindici, dopo circa nove ore di volo, ero finalmente in via di Guaiarà Mirim. Mi avevano avvertito che, subito dopo la città, il fiume aveva delle rapide, assai pericolose.

Io avevo fatto telegrafare che mi preparassero una boa, al si­curo dalle, rapide, ma non ne vidi alcun segno. Feci numerosi giri sulla città e, finalmente, planai tre chilometri a monte di essa, a ridosso di un piccolo isolotto, in modo da potervi portare l'apparecchio quasi in secco ed essere quindi sicuri che la mia ancora facesse testa, bene.

 

Quando tutto fu a posto, mi congratulai con me stesso di es­sermi regolato in tal modo, poiché la corrente aveva una velo­cità molto forte, di cinque o sei miglia. Ma l'ancora teneva be­ne; questo era l'essenziale.

 

Incominciò, ben presto, a piovere e piovve poi per quasi tutto il giorno, il che ostacolò, non poco, il lavoro di rifornimento, già di per se stesso ben difficile a causa della forte corrente.

Chiesi ed ottenni, dalla Capitanéria di porto, un'ancora mol­to più robusta della mia, con la quale assicurare meglio l'appa­recchio.
Ma questa, non si poté mettere che a notte tarda.

 

Il rifornimento andò molto per le lunghe, poiché non aveva­no, a Guaiarà Mirim, una idea esatta dell'epoca in cui noi po­tevamo arrivare e quindi la benzina non era stata approntata. Anche lì trovammo un italiano, venuto da Porto Sucre, che è una città posta di fronte a Guaiarà Mirim, in territorio bolivia­no, il quale ci aiutò molto nelle nostre relazioni con le autorità locali.

Fui alloggiato nella casa del direttore della Ferrovia, che da Guaiarà Mirim arriva fino a Porto Velho.

 

Questa ferrovia corre lungo il Rio Mamorè ed il Rio Madera, in corrispondenza della zona delle rapide, in cui questi fiumi non sono navigabili. Il tronco ferroviario costò innumerevoli sa­crifici di sangue e di denaro, per la sua costruzione. Nonostante l'immensa abbondanza di legna, furono fatte venire le traversi­ne dall'Australia, poiché, tutto sommato, venivano a costare me­no dell'impianto delle segherie, per sfruttare, sul posto, il legno delle foreste.

La malaria e la febbre gialla fecero strage dei lavoratori, im­piegati nella costruzione e si dice che ogni traversina sia costata una vita umana.

 

Come arrivammo nella casa del direttore, dove erano anche gli uffici centrali della linea, si riunì in essa un discreto numero di persone, anche del gentil sesso, che rappresentavano le nota­bilità di Guaiarà.

Io ero fradicio di pioggia ed avevo fretta di fare un bagno e di cambiarmi. Mentre ero intento a quella funzione, che è stata sempre una delle più piacevoli, durante il viaggio, per il sollie­vo che mi procurava, venni chiamato di urgenza. Si erano di­menticati di farmi un discorso di saluto, al quale tenevano mol­tissimo.

 

Mostrai al direttore come fossi in condizioni poco presenta­bili, ma egli trovò uno tratagemma, che salvava tutto. Mi dette un suo impermeabile, che mi arrivava fino alle caviglie e con questo addosso, calzate un paio di pantofole, mi recai nella sala principale, dove erano tutti riuniti per ascoltare il discorso di benvenuto. Risposi con poche parole, che soddisfecero tutti e così la seduta fu sciolta ed io restai libero di completare, in pace, il mio abbigliamento.

 

La sera, dovetti fare atto di presenza al teatro del paese, che era poi una baracca di legno, dove si girava una pellicola cine­matografica, corrosa e stravecchia. Le zanzare infestavano maledettamente il locale, l'umido ed il caldo erano insopportabili in quello spazio angusto e con tutta la gente che vi era agglo­merata.

 

Profittai dello spettacolo per prendermi un anticipo sul ripo­so notturno, al quale pensavo con nostalgia ed amore; senonchè là pellicola era molto vecchia ed ogni tanto si rompeva. Allora la sala veniva nuovamente illuminata, ed io ero costretto ad in­terrompere il mio onesto pisolino.

Cosa strana! Riconobbi fra gli attori un mio vecchio compa­gno di scuola, che da anni non avevo più veduto, ma che sape­vo essersi dedicato all'arte cinematografica: era la prima volta che lo vedevo agire in un film e ciò doveva capitare proprio nel cuore del Brasile!

 

La mattina seguente, di buon'ora, inutile dirlo, ci trasferimmo a bordo, salutati da un piccolo numero di curiosi, mattinieri.
Il direttore delle Poste mi caricò di un sacco di posta, pregandomi di gettarlo sulla città di Villa Murtinho. Il sacco era alquanto pesante ed io gli feci notare, che non sarebbe stato molto igienico se fosse caduto sulla testa di qualcuno, ma egli mi disse: — Non se ne preoccupi; sarà sempre un grande onore per lui. —

E così portai quel sacco di posta.

 

Il tempo era calmo, ma nuvole basse e nebbia coprivano il letto del Rio Madeira, che seguimmo regolandoci con la bussola. Ogni tanto, attraverso gli squarci delle nuvole, potevamo con­trollare la nostra posizione.

Quando fui su Villa Murtinho, che fortunatamente potei ri­conoscere in una zona più chiara, mi abbassai alquanto e gettai il sacco della corrispondenza : — Buon viaggio e vita di sotto! - dissi, a mo' di saluto.

Ne ho mai saputo più niente e perciò suppongo che il bolide di nuovo genere, non abbia recato danno ad alcuno.

 

Dopo circa due ore di navigazione, mi riuscì di passare al di sotto delle nuvole. Cominciammo però a trovare una zona di temporali ed all'altezza dell'isola di Tanipapa la tempesta di­venne molto estesa e di una violenza estrema, con dei rovesci di acqua fortissimi. Decisi allora di planate, per attendere che la sfuriata passasse, essendo preoccupato per i danni che la forza della pioggia poteva produrre alle eliche: discesi così nei pressi di quell'isola.

Nonostante che in quel punto il fiume non fosse eccessiva­mente largo, la forza del vento sollevava delle onde notevoli.

 

Detti fondo all'ancora, ma il vento e la corrente avevano di­rezione contraria. L'apparecchio si presentava alla corrente, ma, di tanto in tanto, quando le raffiche erano più forti, si girava bruscamente in direzione del vento. Ne risultava un grande tor­mento sul cavo dell'ancora, che non faceva, in questo modo, una via molto normale.

Feci subito mettere le cappe al motore e cercammo di ripararci alla meglio da quel rovescio di pioggia, coprendoci con una tela oliata. Io non ero però tranquillo, perché l'ancora ara­va e l'apparecchio, lentamente, scarrocciava, avvicinandosi alla riva. Avevamo appena cominciato a sgranocchiare qualche prov­vista di viveri, che avevamo con noi, quando mi parve che la situazione divenisse troppo seria, perché ci eravamo avvicinati, ec­cessivamente, a terra. Misi allora in moto i motori, ma ci volle del bello e del buono e fatiche erculee per poter salpare l'anco­ra, in quelle condizioni.

 

 

De Pinedo Il mio viaggio attraverso l'Atlantico e le Americhe


Capanne di indigeni sul rio Madeira

 

Quando questa, finalmente, fu a bordo, mi diressi flottando, adagio adagio, sulla riva opposta, dove, essendo a ridosso dal vento, le onde erano meno violente. Lì, fermai i motori e detti nuovamente fondo, ma la profondità del fiume era tale, che la lunghezza del cavo non era sufficiente ad assicurare una buona presa dell'ancora e quindi, anche lì, si verificò lo stesso incon­veniente di un lento scarrocciamento, a valle del fiume.

 

Sulle rive, nascoste tra gli alberi, si vedevano delle capanne, innanzi alle quali alcuni indigeni, muti ed eìatici, contempla­vano la strana machina, che si presentava ai loro occhi.

— Meno male! — mi disse Del Prete. — Se dovessimo fermarci qui una notte, abbiamo delle capanne dove possiamo trovare ri­covero.

— Io credo — gli dissi — che sarà, in tutti i casi, preferibile di rimanercene a bordo, dove almeno siamo disturbati solamente dal puzzo della benzina.

 

Sapevo che di quella gente non c'era assolutamente da fidar­si, poiché gli indiani, che vivono lungo le rive dei fiumi, non sono controllati ancora dal Governo, per quanto sul fiume stes­so si svolga un regolare traffico di vapori.

Sembra che questi indiani non siano di natura molto aggres­siva, ma certo hanno un odio istintivo ed ereditario contro il bianco, per le persecuzioni che i loro antenati subirono dai pri­mi avventurieri e conquistatori, che sbarcarono su queste terre.

Essi hanno preso così l'abitudine di vivere nelle parti più inaccessibili della foresta ed evitano il contatto dei bianchi. Quan­do possono e se ne presenta l'occasione, non esitano talvolta a sopprimere i disgraziati che, inermi, capitano loro tra le mani.

In tempi recenti la situazione era molto migliorata per l'atti­vo interessamento del Governo, ma, tutto considerato, non era forse molto salutare dare confidenza a quella gente, che ci guar­dava dalle rive.

 

Alle una e quarantacinque, la pioggia era un po' diminuita e poiché scarrocciavamo sempre, decisi di andarmene e dopo un'al­tra, lunga e faticosa manovra, ripresi il volo per Manaos.

 

Il fiume Madeira, a misura che procedevamo, diventava sem­pre più largo. Le foreste erano più rade. Si vedevano delle gran­di pianure steppose, a destra e a sinistra del fiume ed anche molti piccoli laghetti. Prima di arrivare presso Borba, situata a circa centocinquanta chilometri dalla confluenza del Madeira con il Rio delle Amazzoni, lasciai il fiume e diressi, su terra, verso Nord, rotta che mi conduceva direttamente su Manaos, la mia meta, che si trova a centocinquanta chilometri, circa, a monte della confluenza delle Amazzoni col Madeira.

 

Su questa zona, la mia carta portava segnati dei grandi laghi, in vista dei quali avrei dovuto passare, ma essi erano completamente asciutti. Si capiva appena in che località avrebbero dovu­to trovarsi, da alcune distese sabbiose ed acquitrinose, che sor­volai.

Il tempo adesso era diventato buono.

 

Alle quindici e quaranta avvistai il Rio delle Amazzoni e alle sedici circa planavo davanti a Manaos, sul Rio Negro.

Il porto, e dico porto poiché il fiume è talmente largo che la città sembra sia sulle rive di un lago, era gremito di innumere­voli imbarcazioni, di ogni forma e dimensione, nelle quali la gente si accalcava, sventolando cappelli e fazzoletti e gridando a squarciagola.

Era ammirevole, però, l'ordine con cui la polizia teneva in­dietro, su una linea unica, tutti i galleggianti, allo scopo di non farmi trovare degli intrusi, nello specchio di acqua in cui dove­vo manovrare.

Dopo che io ebbi fermato i motori, venne avanti una barca della capitaneria, a bordo della quale si trovava lo stesso Gover­natore del Distretto di Manaos, che gentilmente aveva voluto venire personalmente a salutarmi.

 

Dopo questo primo approccio, timidamente, qualche imbar­cazione si fece avanti, facendoci un giro intorno, poi, man ma­no, altre le seguirono e, ben presto, fummo letteralmente som­mersi in un folto gruppo di barche, con grande nostra preoccu­pazione, per i danni che ci potevano eventualmente cagionare.

Dovetti invocare l'aiuto della polizia, ma, anche essa, ben po­co poté fare. Finalmente, decisi di cambiare ancoraggio e por­tarmi con l'apparecchio nell'interno del porto ed iniziai così senz'altro questa manovra.

 

In città, avevano fatto grandi preparativi per riceverci. A ter­ra, nel punto dove dovevamo discendere, era stato disteso un tappeto di fiori. Nelle vie, erano fiati costruiti archi di trionfo e luminarie. C'era un Comitato di festeggiamenti ed un labo­rioso programma era stato concordato, nella supposizione che noi arrivassimo verso mezzogiorno.

Ma, per il ritardo causato dal temporale, che ci aveva costretti a planare e per il tempo che avevamo perduto la mattina per il disormeggio dell'apparecchio, a causa della corrente, il nostro arrivo era avvenuto molto più tardi dell'ora previa, con grande danno per il programma da svolgere. Ma nessuno si impressionò molto, poiché pensarono che si poteva svolgere lo stesso. Bastava solo abbreviare i termini di ciascun numero.

 

Il fatto si è che, quando giunse la sera, dopo un banchetto, che era durato la bellezza di due ore e mezza, mi condussero, nonostante le mie proteste, al teatro dove si doveva svolgere una serata di gala in nostro onore. Il numero più importante era for­mato da alcune romanze o pezzi d'opera, cantati da connazio­nali, dilettanti.

Quando arrivammo in teatro, una immensa ovazione ci ac­colse. Io fui fatto sedere in una poltrona, di broccato rosso, dai braccioli dorati, nel bel mezzo del palcoscenico ed avevo intor­no a me le più alte autorità dello Stato di Manaos, incomincian­do dallo stesso Presidente.

Succede talvolta che la stanchezza ed il sonno vi colgano im­provvisamente ed a tradimento, quando voi meno ve lo aspettate.

Abituato come ero ad imprese del genere, speravo di poter resistere bene, fino in ultimo. Dopo alcuni discorsi di saluto, ai quali io convenientemente risposi, molto applaudito dai cortesi astanti, i filodrammatici cominciarono a svolgere il loro pro­gramma.

So che, ad un certo momento, una giovane soprano, dilettante, aveva cominciato a cantare la romanza della Butterfly: « Un bel dì vedremo ».

Ricordo solo di avere udite le prime note; poi nulla più vidi, né sentii.

Quelli che invece videro uno spettacolo nuovo, furono gli astanti, dai loro palchi e dalle loro poltrone, di fronte ai quali io mi addormentai, profondamente, nel mio seggio di broccato rosso dai braccioli dorati, come se fossi nel più soffice letto, nel­la solitudine della mia camera.

Il Console allora si alzò e mi scusò di fronte al pubblico.

Alle sue parole rispose un clamoroso applauso, che mi scosse e mi svegliò di soprassalto. Mi alzai, dissi due parole di com­miato e fui lasciato libero per davvero!

 

Anche quella notte dormimmo solo quattr'ore. Ciò avveniva normalmente, fin dalla partenza da Buenos Aires. D'altra parte era necessario partire sempre verso l'alba, altrimenti, con tappe della durata di circa dieci ore, non si poteva sperare di riuscire in tempo, dopo l'arrivo, a completare il rifornimento dell'appa­recchio, per essere pronti a ripartire l'indomani.

 

Il Governatore di Manaos era un uomo dal cuore d'oro. Egli si era talmente interessato al mio viaggio, che, come egli mi dis­se, la notte in cui io avevo attraversato il Matto Grosso, non ave­va chiuso occhio e poiché non si avevano notizie, era stato in apprensione, come se si fosse trattato di un suo figliuolo.

 

Era successo intanto e me lo avevano detto poco prima che mi recassi al Palazzo del Governo, che una imbarcazione di cu­riosi aveva cozzato, un po' violentemente, contro uno scafo del «Santa Maria», ma fortunatamente senza produrre danni.

Io avevo già chiesto che la polizia facesse una severa sorve­glianza intorno all'apparecchio, ma parlando, incidentalmente, con il Governatore di questo fatto, vidi sul suo viso una espres­sione così sincera di dolore, che mi affrettai a rassicurarlo trat­tarsi di cosa da nulla.

 

Il capoluogo di Manaos è il più importante dell'alta regione delle Amazzoni. Esso deve il suo sviluppo presente, per la più gran parte, al commercio del caucciù.

Ci fu un'epoca in cui, per il forte rialzo del prezzo di tale im­portante materia, parve quasi che un vento di follia invadesse lo spirito di tutti i dirigenti, i quali illusi dalla prosperità pre­sente e fantasticando su enormi ricchezze avvenire e sulla im­portanza che poteva assumere Manaos, come capitale dell'impero del caucciù, iniziarono la costruzione di grandiosi edifici sproporzionati ai bisogni del momento.

Ma venne, ahimè, il ribasso e tutte le illusioni crollarono. I palazzi, che erano costati milioni, rimasero incompiuti e driz­zano, oggi, verso il cielo, i loro muraglioni che anneriscono e rovinano, senza speranza di essere un giorno portati a compi­mento.

Ne risulta un aspetto di incompiuto, che stranamente caratte­rizza questa città, fermata a mezzo nello slancio verso un gran­dioso sviluppo illusorio.

Una volta, la città era terribilmente infestata dalla malaria e dalla febbre gialla tanto che, nel 1899, una compagnia lirica ita­liana, recatasi colà, dopo poche rappresentazioni dovette sospendere gli spettacoli per la morte del direttore e di quasi tutti gli attori, vittime del terribile morbo.

 

Ricevetti anzi, mentre ero a Buenos Aires, qualche lettera di miei connazionali, che mi scongiuravano di cambiar rotta.

Debbo dire, ad onore del vero, che le condizioni igieniche, oggi, grazie all'energico intervento del Governo, sono incompa­rabilmente migliorate e che, quanto ancora si racconta in pro­posito al clima, è molto esagerato o contrario al vero.

 

Il 21, lunedì, a causa delle condizioni di assoluta calma piat­ta, sfavorevoli al decollaggio, con il forte carico di benzina che dovevo portare in vista del vento contrario e dei millequattrocento chilometri, circa, che mi separavano da Parà, pensai bene di sbarcare le due eliche di rispetto, che avevo a bordo, fin da Buenos Aires.

 

Partimmo, alle sei circa, non molto agevolmente e comin­ciammo a sorvolare l'enorme distesa d'acqua del Rio delle Amazzoni.

Questo fiume che, per volume di acqua, è il più grande del mondo, si può dire sia ancora in formazione, poiché non ha un tracciato ed un letto ben definiti. La sua larghezza, in alcuni punti, arriva ad un centinaio di chilometri ed a destra ed a sini­stra sono vaste pianure e laghetti, a volta secchi, a volta coperti di acque, a seconda del periodo di magra o di piena. Effettiva­mente tutta la zona delle Amazzoni, dicono i geologi, pare si sia formata con un lento sollevamento della terra ed il Rio delle Amazzoni rappresenta quindi, più che altro, una specie di avan­zo dell'oceano, che ricopriva tutta questa terra.

Più che un fiume, esso si può chiamare un immenso lago od una immensa successione di laghi, che dai piedi delle Ande giunge fino all'oceano, con un dislivello, per circa quattromila chilometri di percorso, inferiore ai cento metri!

 

Si vuole che esso fosse scoperto da Gonzalo Pizarro, fratello del famoso avventuriero Francesco Pizarro, il quale, dopo aver fatto man bassa su tutta la parte dell'impero dell'Incas, situata tra l'oceano Pacifico e la Cordigliera delle Ande, decise di in­viare un gruppo dei suoi compagni, alla conquista del ricco rea­me dell'Eldorado, situato verso l'Oriente, sull'altro versante del­le montagne e che era attraversato da un mare bianco, i cui flutti, dicevano, ricoprivano un letto di pagliette d'oro e di pie­tre preziose.

Gonzalo partì da Quito, alla testa di una banda comporta di circa trecento spagnuoli e di quattromila indiani. Discese la val­lata di Rio Napo, ma, decimata dalle malattie e dalla fame, la piccola compagnia si trovò ben presto ridotta agli estremi. Gon­zalo fece allora costruire una imbarcazione ed inviò il suo luo­gotenente, Francesco Orellana, con cinquanta uomini, alla ricerca dei viveri.

 

Orellana discese la corrente del Napo e, in tre giorni, rag­giunse un altro grande fiume, che non era altro che il Rio delle Amazzoni. Vedendo sulle sue rive la sola foresta vergine, inin­terrotta e povera di risorse, né potendo più, a causa della forza della corrente, risalire il fiume, spinto anche dalla speranza di giungere al famoso Eldorado, continuò ad andare avanti, verso levante, col favore della corrente, aspettando sempre di veder sorgere all'orizzonte i famosi palazzi di argento e d'oro della capitale dell'Eldorado. Ma giunto allo sbocco del fiume Uatu­mà e Nhamundà, lo sbarco gli venne impedito da una razza di indigeni, fra cui predominavano le donne, che combattevano co­me gli uomini: credette di avere a che fare con delle valenti a­mazzoni e da esse ebbe origine il nome del fiume. Finalmente, arrivò all'oceano Atlantico, dopo aver traversato tutto il conti­nente. Egli fece vela verso Trinidad, donde rientrò in Europa.

Intanto Gonzalo Pizarro aspettava ancora il ritorno di Orel­lana, ma dopo avere atteso lungo tempo, si decise a ritornare a Quito, con i superstiti della sua spedizione e con grandissima pena.

Vivevano, sulle rive delle Amazzoni, delle tribù di indiani abbastanza progredite, ma dopo il 1600 furono massacrate dai portoghesi, che riuscirono, così, a far sparire fino le ultime ve­stigia di quei popoli, abbastanza civili, ma poco esperti nell'arte della guerra.

 

Non c'è da meravigliarsi, che gli infelici discendenti di tali tribù, si siano rifugiati, risalendo il corso degli affluenti delle A­mazzoni, nell'interno del paese, dove vivono allo Iato selvag­gio, non controllati dal Governo e pronti a massacrare, alla loro volta, tutti i bianchi che si azzardano, inermi, ad entrare nelle foreste, di loro dominio.

 

Certo, il bacino del Rio delle Amazzoni, con quello dei suoi grandi e numerosi affluenti, è navigabile, in grandissima parte ed offre un magnifico insieme di comunicazioni fluviali, che, in avvenire, avranno una importanza enorme, per lo sfruttamento del ricchissimo entro-terra. Già ora esso fornisce una rete di corsi di acqua navigabili, per più di cinquantamila chilometri.

 

Noi avevamo appena lasciato Manaos, che cominciò una piog­gerella, fine ed insistente, la quale divenne più forte a misura che andavamo avanti. La pioggia, poi, si trasformò in un vero temporale, con raffiche violentissime da Nord-Est.

La visibilità era pessima ed ero costretto a navigare in vicinanza di una delle due rive del fiume, ad un'altezza inferiore a quella degli alberi, allo scopo di non perdere di vista il corso del fiume che segnava la mia direzione.

Andammo avanti così, per ben trecento chilometri, con varie alternative di pioggia, più o meno violenta e di raffiche, poi tro­vammo una zona di relativa calma.

 

Era tale la vastità del fiume e della zona acquea di paludi e di laghi che si fondeva col suo corso, che la nostra vista non po­teva abbracciarne che una parte soltanto. Lo spettacolo non era quello che ci aspettavamo: l'acqua limacciosa delle Amazzoni, il verde cupo e monotono delle enormi. distese di foreste, che si Rendono, interminabili, a destra e a sinistra del fiume, la ra­rità dei centri abitati, davano all'insieme del panorama, un aspetto monotono e poco pittoresco.

 

Passai, alle dieci e mezzo, sulla città di Alemquer ed alle un­dici e un quarto su Monte Alegre, presso cui alcune collinette, verso Nord, interrompevano l'uniformità del paesaggio.

Alle tredici e un quarto sorvolai Gurupà, di dove lanciarono dei razzi e dove era pronto un battello, con bandiera rossa, con i rifornimenti, che io avevo fatto preparare, nella previsione che il vento contrario mi impedisse di arrivare, in un sol volo, fino a Parà. Ma controllata la riserva di benzina, giudicai che, anche col vento contrario, sarei arrivato con discreto margine, e con­tinuai.

 

Poco prima di Gurupà, due o tre notevoli temporali erano passati su di noi, ma proseguendo, la navigazione diveniva sem­pre più difficile, poiché, un po' per le nuvole, un po' per la pioggia, che impediva la visibilità e un po' per la carta topografica che non rappresentava bene il paese, che si svolgeva sotto di noi, era difficile l'orizzontarsi in quel dedalo di canali, che unisco­no, presso l'estuario, il Rio delle Amazzoni al Rio Tocantis. Con alternative di pioggia e di sereno, arrivai, finalmente, nel largo estuario del Tocantins. Qui, all'altezza di Breves, fui costretto a passare sotto un rovescio d'acqua, più forte dei precedenti, che, come un velario grigio, impediva di vedere a più di cinquanta metri. Io ero preoccupato, poiché sapevo c`le in quei paraggi, sorgevano nel fiume degli isolotti montagnosi, sui quali potevo trovarmi, da un momento all'altro.

 

Procedetti così per ben dieci minuti sotto quell'acquazzone equatoriale, contro cui non c'era scampo! L'acqua picchiava sul bordo di legno delle ali, con una forza tale, che, dall'interno dell'apparecchio, sembrava che vi cozzassero non goccie d'ac­qua, ma pietre.

Usciti da questo temporale, respirammo, ma per poco, perché, andando avanti e  precisamente all'altezza di Curralinho, ne incontrammo un altro, poi un secondo, un terzo ed un quar­to. L'ultimo fu il più breve, ma il più impetuoso e l'apparecchio ricevette delle scosse tali, che credevo di non poterne avere più il governo.

 

La scena era completata dai fulmini, e squarciavano il cielo, a zig zag, vicino a noi e sparivano poi, in basso nel fiume. Uno di essi ci abbagliò a tal punto, che avemmo, per un istante, la sensazione di essere stati colpiti.

Non c'era da pensare a scendere, perché, per la violenza del vento, le acque delle Amazzoni erano molto agitate e, d'altra parte, ormai ero vicino alla meta e non volevo comprometterne il raggiungimento.

 

Cominciai poi ad avvertire delle vibrazioni anormali e vidi che il radiatore perdeva acqua, da vari buchi.

 

Quando uscivamo dalle raffiche di pioggia, in cui la visibilità era nulla, lo spettacolo era ancora più impressionante, perché si vedevano, intorno a noi, nembi minacciosi neri e sbrandellati,
illuminati, di tanto in tanto, dalla livida luce dei lampi.

In basso, verso levante, una striscia argentea di cielo brillante, faceva, col suo contrasto, risaltare ancora più l'imponenza di quell'uragano tropicale.

Alle diciassette, dopo circa undici ore di volo, ammarai a Parà, dopo un ultimo scroscio di pioggia.

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